Uno spostamento di sguardo.
L'uomo, nonostante il cinismo, il materialismo, crede nell'infinito e nell'immortalità. Ditegli che non nascerà più un solo uomo sulla terra e si sparerà un colpo di pistola in testa. Hanno convinto l'uomo che è un essere mortale, ma di fronte alla minaccia che lo privino del suo diritto all'immortalità, insorgerebbe come se minacciassero di ucciderlo su due piedi. L'uomo è stato semplicemente corrotto. O meglio ci siamo tutti corrotti l'un l'altro. E coloro che pensavano all'anima, nel corso dei secoli sino ai nostri giorni, sono stati sterminati fisicamente e continuano ad esserlo. L'unica cosa che ci può salvare è una nuova eresia che rovesci tutte le istituzioni ideologiche di questo nostro infelice, barbaro mondo. La grandezza dell'uomo contemporaneo sta nella protesta. Gloria a colui che si dà fuoco per protesta davanti alla folla ottusa e priva di occhi, a colui che protesta sulle piazze, affrontando l'inevitabile repressione e a tutti coloro che dicono no agli approfittatori e ai senzadio. Elevarsi al di sopra della semplice attitudine a vivere, prendere coscienza praticamente della corruttibilità della nostra carne in nome del futuro, in nome dell'immortalità. Se l'umanità è capace di questo, allora non tutto è perduto, c'è ancora una possibilità. L'umanità ha sofferto troppo e la sensibilità alla sofferenza, un po' alla volta, in lei, si è atrofizzata. Questo è pericoloso.
(A. Tarkovskij, 9.IX.1970)
Da qualche giorno mi sto dedicando alla lettura di autori e testi orientali (dal più vicino Oriente "sovietico" a quello estremo, cinese e giapponese), che sono per me fonte di riflessione e di continuo stimolo. Sia per quanto riguarda l'aspetto più propriamente "emozionale" con la poesia, sia per quanto riguarda un modo di vita e di pensiero, con testi di filosofia o di edificazione in generale. E noto che, al di là dei luoghi comuni, davvero la sensibilità orientale rappresenta un'isola quieta, o quantomeno che mi spinge alla quiete. E tanto più me ne accorgo concretamente leggendo liriche orientali, nelle quali peraltro mi rendo conto di poter penetrare solo superficialmente, essendo "ontologicamente" occidentale! E' come un mare di cui riesco a lambire solo le onde che arrivano sulla battigia...ma quanta acqua c'è ancora, al di là di essa! Però, con rispetto e partecipazione, mi lascio coinvolgere da mondi diversi dal mio, da approcci diversi dal mio, da scritture diverse dalla mia. Mi arricchisco, e i miei orizzonti si allargano indefinitamente. Non è un inno al new age, di cui, in generale, non ho un'opinione positiva; è, invece, uno spostamento di sguardo.
La follia del pensatore-scrittore!
"Quando sei annoiato, seduto tutto il giorno davanti al tuo calamaio, annotando a casaccio le cose più disparate che ti vengono in mente, scopri che ciò che hai scritto è sufficiente a farti impazzire"
(Kenko Hoshi, poeta giapponese del XIV secolo che, per obbedire al suo destino, abbandona la tradizione religiosa di famiglia, la carriera di comando, ogni possesso e ogni potere conseguiti, la dignità del suo stesso nome, per diventare un monaco buddhista eremita)
"La grandezza di un'anima in parte si misura anche da quanto e di fronte a cosa è capace di inchinarsi rispettosamente e con devozione (e tenerezza)"
Andrej Andreevic Tarkovskij, 18 agosto 1976
(corsivo mio)
Visi-bilio.

"Ma, diradato il bosco, a me la verde
fiamma dell'erba illuminata un balzo
dava dai prati in pieno sole, un lampo
di fluente smeraldo. E dalla riva
scura dell'ombra mi credei mirare
masse di luce l'una in altra sciolte
come marosi e gurgiti di suono
che agli umani è silenzio.
Una beata
estasi allora m'invadea le membra
e l'irraggiante giubilo dell'erba
mi diventava in cuor lagrime e canto.
Oggi farò quel che vorrà la luce".
(Giorgio Vigolo)


Spiffero millenario.

Dall'alto della rocca
lo sguardo volgendo
tutto m'infiammo.
Hans
(La rocca di Radicofani, nella Val d'Orcia. Uno dei miei luoghi del cuore. 20 giugno 1992)

...perdersi...
...ritrovarsi...

In (dis)ordine sparso.
"Solo una lacrima, forse una sola,
dal mio ricordo germoglierà"
(Fabrizio De André)

Avete mai notato che, nella maggior parte dei computer, i tempi di attesa di caricamento di un'immagine, di un sito, di un collegamento telematico insomma, vengono scanditi da una piccola clessidra che compare accanto alla freccetta? Certamente sì! Quello, però, che mi faceva riflettere è che venga utilizzato uno dei più antichi sistemi di misurazione del tempo, proprio in uno strumento che è quanto di più moderno si possa conoscere! Insomma, trovo curiosa questa commistione di arcaico e tecnologico; se vogliamo, questa necessità di mantenere sempre un contatto, anche irrisorio, con la realtà che ci ha preceduto. Facendo un parallelo, sarebbe come alimentare una Ferrari a carbone!
Di palo in frasca. Riflettendo sulla realtà "virtuale" dei blog, mi veniva in mente che magari nella vita di tutti i giorni, tra i mille volti che si incrociano nelle nostre giornate, oppure nei nostri viaggi, chissà quanti volti dei blog abbiamo inconsapevolmente incrociato! Che poi un blog diventi un appuntamento frequente (i "linkati"), oppure resti una visita sporadica o unica dispersa nella navigazione internettiana (la maggior parte dei casi, forse), mi piace pensare che ci si veda senza vedersi, ci si incontri senza incontrarsi, ci si conosca senza presentarsi...
...e magari quel volto che ho visto sull'autobus, è quello che ieri sera mi ha lasciato un commento anonimo, o quel saluto ricevuto per strada è quello che io ho "visitato" un mese fa...
Belle queste inafferrabili trame dell'esistenza! Come pulviscolo ci sovrapponiamo l'uno all'altro, non basterebbe una vita per raccontare di tutte queste vite! E se anche se ne scrivesse, non basterebbe una vita per leggerle!
Salute a voi, sconosciuti e conosciuti compagni di viaggio!
Hans
E quando sarà il momento
di voltare la clessidra?
Quando mi chiamerai fra mille moltitudini?
Sarò pronto allora?
Come risuonerà allora il mio nome?
Saprò riconoscerti, mia ora?
Saprò accoglierti?
Quando l'angelo volterà la clessidra
voi, miei compagni, mi sarete accanto
e accompagnerete il mio volo.
Le nostre mani si stringeranno ancora una volta,
i nostri sguardi si abbracceranno,
oltre il confine di questo tempo
non più effimero.
"Tempus ager meus"
(J. W. Goethe)
Ci sono momenti in cui il sangue, che sembrava essersi fermato nelle vene, ricomincia a scorrere impetuoso, e la vita assume un colore diverso, più splendente. Momenti in cui hai voglia di "aggredire" i tuoi giorni, violentarli fino a farne nascere qualcosa di degno, di memorabile (...), di indimenticabile. Sono i momenti in cui puoi partire verso qualsiasi destinazione, o semplicemente, restando, creare grandi cose. Dare grandi gioie a chi hai accanto. Dare, insomma, un senso pieno e convinto alla tua giornata.
Mi piace vedere ogni giorno della mia vita come un campo da coltivare. Il tempo e' il mio campo, dice Goethe. Il tempo: il solo possedimento che ho, nel quale scorro, ma nel quale posso lasciare una traccia. Il solo possedimento, ma quello che permette di poter avere tutti gli altri.
Quante volte lascio che quel campo resti incolto, abbandonato, spoglio. Quante volte invece con cura lo seguo, lo innaffio, spargo su di esso i semi e per esso spendo le mie potenzialità e le mie energie. Qualcosa ne nasce talvolta!
Il tempo è il nostro fertile campo, a prescindere dal fatto che ci sia luce, buio, neve, caldo, nebbia o nitidezza...
Sottraendosi alla stretta dei suoi pensieri incalzanti, Hans uscì alla luce del meriggio a seminare. Strana ora, quella, per seminare; più favorevole il mattino. Ma prima che il buio calasse su tutte le cose, Hans doveva agire. Il suo campo era lì ad aspettarlo. Dopo ore e ore di fatica -il sole già stava abbandonando la linea dell'orizzonte-, Hans cessò dalla sua attività. Guadagnò il limite del campo, e si incamminò per la strada. Guardò alle sue scarpe da contadino. Il fango le ricopriva quasi per intero, facendone quasi una corazza. Aveva speso bene la sua giornata.

Autenticità e parvenza.
"Tirar fuori l'uomo dalla parvenza,
a costo di qualsiasi pericolo"
Noi che ci mettiamo in strada verso là dove la vita procede come un ebbro corteo mascherato. Questo ostinato distogliersi dagli spettacoli tristi, e questo epicureismo volontario del cuore che adora la maschera come la sua ultima divinità e redentrice. Sembra che temiamo, da questa mano della vita, che ci debba infrangere, e ci rifugiamo nella parvenza della vita, nella sua falsità; sembra che siamo giocondi perché siamo immensamente tristi. Noi siamo seri, conosciamo l'abisso, e per questo ci difendiamo da ogni serietà: non vogliamo prenderci a cuore più nulla, vogliamo pregare dinanzi alla maschera.
Il sole è sotto da un pezzo, il prato è umido
dalle foreste viene il freddo: qualcosa di ignoto
mi avvolge e guarda pensoso a me. Come, tu vivi
ancora! Perché vivi ancora?
Bramoso fissamente guarda l'abisso - l'abisso che
in giù si inanella in profondità sempre più fonde.
Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche
l'abisso scruterà dentro di te.
Un giorno avrò la mia estate: e sarà
un'estate come in alta montagna. Un'estate vicino
alla neve, vicino all'aquila
Friedrich Nietzsche


Sentinella, quanto manca al termine della notte?
Will the following footsteps catch me, I'm really dying?
Hans.
Città Eterna. Splendore di bellezza.
"Per il suo meraviglioso aspetto e non so per quale magica seduzione, fui costretto a tornare a guardarla"
(Gregorio Magno)

Oggi in biblioteca, mi e' capitato tra le mani....

...il catalogo di una mostra tenutasi recentemente a Roma, dal titolo "Roma imago Urbis"...

"Su tutto splendevi, tu luna orbitante
e spandevi un'ampia tenera luce
che addolciva la veneranda asuterità
aspra di desolazione, e colmavi
cancellandole le crepe dei secoli;
lasciando bello ciò che più non era
finché il luogo si fece religione
e si gonfiò il cuore in muta adorazione
dei grandi del passato"
(Lord Byron)

...guardando quelle immagini, quale nostalgia della città che fu...quella città che non vidi mai, ma che immagino presente e viva quando passeggio e mi guardo intorno. Quella Roma che vorrei tornasse ancora, almeno un giorno, un giorno lunghissimo da poter assaporare fino all'ultimo minuto.
E intanto si agita questo presente chiassoso e m'incalza. E l'amo tuttavia, anche se di un amore necessariamente meno romantico.

Hans.
Post illa. A chi ama Roma, e vorrebbe sentirne il respiro del tempo che fu (che queste immagini un poco rimandano), consiglio vivamente la lettura di un bellissimo libro diaristico, "Addio del passato" di Renzo Rossellini (il fratello del famoso regista). Se non lo trovate in libreria, cosa altamente probabile, venite alla Biblioteca Nazionale. Troverete lui, e me!
Passi notturni.
Una sala grande, uno scantinato per essere più precisi, dalle parti di piazza Vittorio, quartiere che di per sé evoca negozi cinesi, visi orientali ovunque e qualche "straniero" italiano che porta a spasso il cane dopo cena. Proprio mentre camminavo per la piazza cercando il luogo dell'incontro, non sapendo esattamente dove si trovasse, mi guardavo intorno alla ricerca di qualcuno a cui chiedere informazioni....Era appunto l'ora di cena...non c'era quasi nessuno in giro, solo qualche viso orientale. Sulle prime ho pensato "Ma come faccio, io romano, a chiedere dove si trova una strada della mia città a uno straniero?"....Poi ho riflettuto meglio e ho convenuto sul fatto che il vero straniero in quella circostanza ero io, perché piazza Vittorio è come China Town (non c'è nulla di offensivo in ciò, ribadisce Hans; è una semplice constatazione).
Alla buon'ora, però, da un portone sbuca il famoso "padrone" che porta il cane a spasso dopo cena. E' lui a indicarmi la via.
Adesso inizia il vero viaggio (come detto altrove, sono piuttosto gli occhi a portare Hans, che non i piedi).
Lo scantinato ha un aspetto che sulle prime potrebbe evocare immagini di sporcizia, abbandono, trascuratezza. Ma uno sguardo più attento rivela tutt'altro: una parete è interamente occupata da una immensa lavagna, sulla quale sono scarabocchiate note musicali, scalette di futuri concerti, indicazioni di autori....Brahms, Do Passos, Mozart...
Le altre pareti sono mezze ammuffite, scrostate, dipinte qua e là con mani di vernice date evidentemente in momenti diversi, da persone diverse, con umori diversi!
Al centro della sala, un piccolo palco rialzato ospita il poeta americano Mark Strand, che legge poesie. Le sue poesie. Non capisco un h di quanto legge (qualcuno si preoccupa poi di tradurre), eppure quelle parole mi danno delle emozioni inaspettate. La sua voce è incredibilmente calda e coinvolgente, il ritmo perfetto, il suo aspetto di distinto anziano, un po' distaccato, ben si addice a quel calore, a quella partecipazione emotiva.
Le sue parole scorrono come un fiume di cui non puoi controllare la corrente, ma che vedi e senti scorrere, scorrere, scorrere, gorgogliare, fuggire via, ma essere poi sempre lì. Ogni tanto, a schermirsi, dice "Basta?", l'unica parola che pronunci nella nostra lingua.
Davanti a me (sono seduto dietro, essendo arrivato in ritardo: non mi fossi attardato ad aspettare il padrone del cane al portone...), tre file di sedie, messe un po' a caso. Non potrebbe essere altrimenti, non trovate?
In quella davanti a me siede una ragazza bionda, con lunghi capelli fluenti, di cui posso solo indovinare il viso dal profilo, ma che immagino molto ammaliante. Alla sua sinistra il suo partner (che brutta parola). Lui ogni tanto infila la mano avida e un po' volgare dentro i suoi (di lei) pantaloni eleganti, e lì la trattiene per lunghi, interminabili minuti, mentre i versi scorrono nell'aria stantia dello stanzone. Immagino (e dico immagino perché la giacca sullo schienale copre appunto la sua schiena) non esservi grandi quantità di centimetri di tessuto sotto quei pantaloni, a separarli dalla sua pelle levigata. Lei poggia una mano sulla sua (di lui) gamba. (Le donne sono sempre più discrete).
In fondo alla sala, tutta sulla destra, una biondina molto interessante, ma non altrettanto interessata, siede accanto all'ennesimo partner (ci risiamo!). Quasi alla fine della serata entra un personaggio sulla cinquantina, un po' eccentrico, che non fa mistero della sua presenza e, incurante del poeta leggente, si agita prima di sedersi su un tavolo alla meglio. Ha segnato il territorio: "Ehi, sono un poeta anche io, per questa sera, tuttavia, perdonatemi, ma non mi concedo". Scopro dopo che è un (presunto) poeta anche lui; e si sa, è sempre difficile farsi rubare la scena da un collega, senza colpo ferire.
Ci sono altre persone nella sala? Certamente!
Dopo aver letto le sue poesie, Strand si concede con generosità alle domande dei presenti. I quali, come spesso avviene in questi casi, sono preoccupati di affermare la propria (presunta) grandezza, piuttosto che cercare di capire quella altrui. Infatti le domande constano di un'introduzione di qualche minuto, mentre la domanda vera e propria risiede nello spazio di qualche secondo. Alla domanda ci si aspetta che segua, da parte del poeta, una risposta che ne confermi l'assunto.
L'artista in questione è un pretesto per affermare il proprio ego, tanto più se la ghiotta occasione permette di farlo in albionico idioma (tanto poi c'e' il giornalista che traduce).
Sopra il poeta che legge, si stende una lunga trave di legno -molto consumato, ma non tanto da farne temere una rovinosa caduta sugli astanti- alla quale sono attaccate delle lampadine che avrebbero la pretesa di illuminare la stanza. Sopra le lampadine, dei vecchi generatori di corrente, evidentemente fuori uso. Quanti particolari, quanta "usura", quante vite trascorse per di là....
E la forza della poesia, evocatrice di mille immagini, sensazioni, creazioni...dovrei fuggire a casa a fissare tutto questo, prima che il tempo e altre emozioni sovrapposte le scaccino via. Non è così.
Tornando a casa a piedi (ma prima c'era stata una parentesi mondana), passeggio lungo il viale dell'Università. I passi notturni risuonano nell'aria, solcata talvolta da qualche auto sfrecciante. In generale, però, la città mi permette di essere sufficientemente solo con i miei pensieri.
A metà del viale, passo accanto alla "Clinica delle malattie nervose e mentali".
"Chissà quante risposte ai miei perché si nascondono là dentro", pensa Hans.
SILENZIO.
alla memoria di
Francesca B. V.
Ci sono molte cose che avrei da scrivere, ma poco fa ho saputo che nella notte è morta la moglie di una persona con cui ho collaborato per tanti anni, e alla quale mi sentivo indirettamente legato...dunque, tacerò, in omaggio al momento presente.
A presto.
La morte non è un addio,ma un temporaneo (doloroso) distacco.
Hans