venerdì, 29 settembre 2006

A Lady Dk
Ma fedele il mio cuore
segreto rimane alla notte,
e a suo figlio, l’amore che crea.
Puoi tu mostrarmi un cuore
fedele in eterno?
Ha il tuo sole
occhi amici
che mi ravvisino?
E le tue stelle afferrano la mia mano supplichevole?
Tu l’hai adornata
di colori e lievi contorni-
o fu lei che diede significato
più alto e più caro
alla tua grazia?
Quale voluttà,
quale godimento offre la tua vita,
che in fascino equivalgano
ai rapimenti della morte?
Non porta i colori della notte
tutto quanto ci esalta?
Lei ti porta maternamente
e tu le devi tutta la tua gloria.
Svaniresti in te stessa,
nell’infinito spazio
ti sperderesti
se lei non ti tenesse,
né ti serrasse così calda e accesa.
In me vita ondeggia
Potente, infinita:
io guardo dall’alto
laggiù, verso te.
Si spegne il tuo vivo fulgore sul colle
ed un’ombra porta la fresca corona.
Aspirami in te
o amata, con forza
perché mi addormenti
ed impari ad amare.
Sento in me della morte
l’onda che fa giovani,
in balsamo ed etere
si muta il mio sangue.
Io vivo di giorno
con fede e coraggio
E muoio le notti
in ardore sacro.
Novalis, Quarto Inno alla notte, 1799

Novalis. IV Inno alla Notte. 1799

albatros900
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giovedì, 28 settembre 2006

Antefatto primo. Il teatro.
Qualche giorno fa, uscendo dal lavoro all’Università, anziché scendere due piani per avviarmi all’uscita della mia Facoltà, ho salito un piano per andare al mio “vecchio” Dipartimento. Erano le sei del pomeriggio dei primi di settembre, in giro non c’era quasi nessuno, al terzo piano assolutamente nessuno. Ho passeggiato sornione per i corridoi degli studi dei professori, osservando le targhe appese accanto alle porte, più che altro per vedere chi ci fosse ancora e chi no. La risposta potrete facilmente immaginarla. In alcuni casi era cambiato solo il nome di battesimo del titolare di cattedra, restando invariato il cognome! Ho continuato il mio girovagare nel corridoio delle “aulette” (perché le aule grandi sono al piano terra)….Ho ripensato a quante lezioni ho seguito lì dentro, a quante volte ho calcato quei pavimenti, a quante volte, in attesa per un esame, mi sono detto “Adesso basta! Questa è davvero l’ultima volta che faccio un esame, ‘sto stress non fa per me…io lascio l’Università!” E invece…
Ma non è di questo che voglio parlare ora (su questo tema, forse, tornerò in seguito).
Ricordando il periodo degli studi universitari, mi è tornata alla mente la mia esperienza teatrale (mi sono laureato in letteratura teatrale, questo è il collegamento logico).
Un pomeriggio di fine estate, ero sulla spiaggia con mia sorella, la quale a un certo punto mi fa: “Ma perché non fai teatro?”. L’apparente stranezza della domanda trova spiegazione nel fatto che in famiglia mi sono sempre divertito a fare imitazioni, tipo recitare finti telegiornali, o parlare nei vari dialetti (i più riusciti sono il toscano, l’umbro e il veneto). Qualche giorno più tardi, alla Città universitaria, mi diedero un volantino che reclamizzava una scuola di teatro. Così, il pomeriggio fissato per le “audizioni”, senza dir niente in casa, mi presentai in una vecchia sala prove al Centro. C’erano molti ragazzi e ragazze. Mi fecero leggere un brano de Il mercante di Venezia. La settimana successiva mi telefonò il titolare della scuola per dirmi che ero stato ammesso al corso. (Tale ammissione non era di per sé una certificazione delle mie capacità recitative, perché suppongo avrebbero ammesso chiunque fosse stato disposto a pagare la retta mensile, in verità piuttosto bassa).
A farla breve, cominciò in questo modo un’esperienza bellissima che mi ha accompagnato dalla soglia dei 22 a quella dei 24 anni. Poi, dovetti scegliere: o proseguire gli studi e finire l’Università, o gettarmi nel teatro. L’impegno coll’andare del tempo era, infatti, divenuto quasi assolutizzante. In periodo di prove avevo libera solo la domenica, e in prossimità degli spettacoli, neppure quella. Non riuscivo più a portare avanti le due cose. E scelsi l’Università. Di quel periodo mi restano tanti, svariati ricordi e l’aver imparato tantissimo, a livello umano e artistico. E tanti aneddoti. Alcuni esempi. Nella classe di allievi c’era, tra gli altri, una ragazza simpaticissima che però non aveva obiettivamente alcuna capacità recitativa, per sua stessa ammissione. Quando portammo in scena l’Edoardo II, a un dato momento sul palco si trovava Gaveston, il cattivo, che a un certo momento gridava “Messaggero!”; e a quel punto avrebbe dovuto fare il suo ingresso in scena la ragazza, che interpretava il suddetto. Senonché la tipa stava dietro le quinte a fare i tarocchi, e quindi non aveva sentito il richiamo. Così, sempre più preoccupato, Gaveston continuava ad incitare “Messaggero….messaggero….MESSAGGEROOOO!”. Dal buio della sala a quel punto una voce propose una soluzione per uscire dall’impasse, impregnata di creatività tutta romana: “Ahò, portateje er giornale a questo, sinnò nun la finisce mica co ‘sta lagna!”. Altro esempio. Tra le allieve della scuola c’era una bionda avvenente, molto appariscente, che inevitabilmente nel giro di poco tempo aveva attirato le attenzioni dei maschietti, ad eccezione di due che erano gay. Una sera, ci si trovava fuori per una pizza insieme, uno dei ragazzi fa: “a regà, io quella me la vojo…..[bip]”, al che un altro interviene: “Ma guarda che è minorenne!”. “Ma che minorenne! Se fosse minorenne non potrebbe mica fare il corso…”. L’altro, spezzando decisamente le speranze dell’interlocutore, si affrettò a precisare: “Infatti, hanno messo la data di nascita falsa…sai, per prendere una retta in più…”. L’intraprendente corsista dovette per quella sera, e per le successive, tenere a bada i propri ormoni, con grave nocumento per il prosieguo della sua esperienza attoriale. Uno degli episodi che ricordo con più piacere è questo. Si riferisce sempre allo spettacolo dell’Edoardo II. Quella sera era venuto a vedermi un mio amico, noto tra noi per essere uno senza troppi peli sulla lingua (evidentemente si lavava spesso). Dopo lo spettacolo, come si usava, con la “compagnia” si decise di andare a mangiare insieme, ed io incitai anche lui ad unirsi a noi. Naturalmente, non conoscendo lui nessuno, lo invitai a sedersi accanto a me a tavola; alla mia destra c’era dunque il mio amico, e di fronte a lui il regista dello spettacolo (un ragazzo poco più grande di noi, sulla trentina). Parlando del più e del meno, ci si sofferma sulle impressioni dello spettacolo, e il mio amico, intavolando il discorso con il suo dirimpettaio, comincia una requisitoria contro la regia dello spettacolo, ignaro del fatto che stesse parlando proprio…con il regista! Con frasi del tipo “Certo, Marlowe è un grande, però se lo rendono così….E poi ‘sta cosa di fare interpretare i ruoli maschili anche alle donne, non mi convince per niente…Sarebbe venuta fuori una cosa carina se solo il regista fosse stato un altro…” e via demolendo. Io, impotente a fermare quel fiume in piena, osservavo il volto del regista farsi sempre più scuro, perplesso, imbarazzato, sconvolto! Appena si alzò da tavola, probabilmente per dirigersi alla toilette a vomitare, io dissi al mio arguto amico: “Guarda che quello con cui stavi parlando è il regista…”. E il mio amico: “Ah”.
Quando, da adolescente, mi capitava di andare a teatro con la scuola, mi interrogavo su come potessero gli attori imparare a memoria tutte le loro battute, e mi sembrava davvero un’impresa sovrumana, nella quale io non mi sarei potuto in alcun modo imbarcare con un qualche risultato. L’esperienza, pur breve, che ho vissuto mi ha invece sconfessato. Non solo è possibile imparare le proprie battute e quelle dei propri interlocutori, ma alla lunga impari l’intera opera che si porta in scena. L’Edoardo II, ad esempio, mi rimase in testa per anni, quasi verso per verso. Questo dimostra che spesso le cose sembrano impossibili finché sono lontane dalla propria vita, ma quando poi ci si inoltra, ci si avvicina, e, per così dire, ci si scontra con quelle stesse cose…tutto cambia prospettiva.
In una prossima puntata, parlerò di aneddoti di vita legati non più al teatro ma al cinema.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte quarta.)
albatros900
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martedì, 26 settembre 2006

Desìo toscano (ciò ch'i' adesso vorrei...)

desio toscano parte prima

oppure...

desìo toscano parte seconda

..."Io, vorrei essere là..."(Luigi Tenco)

albatros900
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giovedì, 21 settembre 2006

A se stesso.

adrenalina

Ta voix, étrange

Vision qui dérange

et trouble l'horizon

de ma raison.

(Paul Verlaine)

Tes grandes visions étranglaient ta parole

et l'Infini terrible effara ton oeil bleu!

(Arthur Rimbaud)

una visione dedicata a Lady Dk

albatros900
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mercoledì, 20 settembre 2006

Pointe du Raz, Bretagne. 20.8.2006E così, riprendi la tua strada, ritorni alla tua vita di sempre

e affievoliscono i ricordi e le imprese del meriggio estivo.

Straziàti lancinanti brandelli offesi di carne

e di cuore

stridono, sfregolano a terra, calpestàti

dalla furia del tuo passo, nuovamente spedito.

Corri, Lola, allontànati da questo paesaggio che

profuma d'estate e passione.

Rivoli di sangue scarlatto, rinsecchito

ti circondano e fendono da ogni lato.

Terra grondante, lacrime inutili

spese per la vanità dei tuoi sensi

e l'incanto di un sogno già svanito,

presto svanito

squallidamente svanito.

Fuochi fatui ti salutano adesso,

Principessa di odiose ipocrisie ed effimeri entusiasmi.

Saggia la spada, adesso, coraggio!

c'è un raggio argentato che splende nel cielo per te.

Suonerebbero violini, in una favola smielata;

ma qui non c'e' miele, qui non c'e' melodia

c'è oscurità e vento e tempesta.

Le rocce ti scrutano ardite, sospese sull'acqua,

ma ancor più ti scruta il Signore Oceano

che aspetta il tuo volo, e paziente sorride di schiuma e frastuono.

Adesso, Principessa, sei pronta per saltare.

L'estate è finita ora mai.

Abbandona ogni resistenza, straccia questo misero corpo mortale

e lascia che i gabbiani accompagnino

il tuo ultimo viaggio levando gioiosi le loro strida.

20.9.2006 congedo di Madonna Estate.

albatros900
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martedì, 19 settembre 2006

Un'esperienza sensoriale.

Quest'estate ho fatto, con due carissimi amici, un viaggio "on the road" in Bretagna. I kilometri percorsi sono stati tanti -quasi 5500-, e quindi c'è stato modo di ascoltare molto l'autoradio...insomma, non proprio l'autoradio (la quale, per carità, magari qualcosa da dire l'aveva anche, non foss'altro per il tour de force a cui è stata sottoposta, tuttavia nella circostanza non le abbiamo dato la dovuta attenzione), sì, non proprio l'autoradio, quanto i cd che le facevamo inghiottire con avidità. Tra la programmazione musicale, un posto di spicco l'ha avuto il pianista Keith Jarrett, che non ha bisogno di presentazioni. Il mio amico S. (dove S. non sta per santo, per quanto sia ottima persona) è un appassionato del suddetto, e su mio preciso incarico ha portato con sé numerosi suoi cd. Tutti dal vivo, perché come saprete una delle caratteristiche di Jarrett è quella di improvvisare e quindi di pubblicare album registrati nelle sale in cui si esibisce. Già il fatto che siano improvvisazioni, rende queste opere degli unicum. Conoscevo già qualche brano, tra cui quello famosissimo che apre il Koln concert (non Colon, capito S.? ché non sarebbe carino suonare un colon, per di più improvvisando), ripreso da Nanni Moretti nell'episodio numero 1 di "Caro Diario". Ma il viaggio in Bretagna mi ha dato l'occasione di ascoltare per intero vari concerti, con il privilegio di ascoltarli in situazioni assolutamente particolari, e di per sé emozionanti. Ascoltare musica in viaggio è un'esperienza che consente diversi stimoli, legati non solo al viaggio stesso, ma ai panorami che man mano si aprono, e così via. Ora, quello che voglio dire è che Jarrett è considerabile un genio musicale, alla stregua dei grandi musicisti/compositori del passato. Le sue creazioni sono un'autentica "esperienza sensoriale", ti trascinano in mondi incredibili, senza necessità di ricorrere a sostanze allucinogene (vuoi mettere, dunque, il risparmio economico?). I suoi ritmi oscillano spesso per svariati minuti in un'apparente monotonia, nient'affatto noiosa, per poi prendere il largo e distendersi in arpeggi e volute....ah, e come posso descrivere tutto ciò?!

Come pochi altri musicisti (i Pink Floyd, per esempio), i suoi brani hanno un collegamento insito tra di loro, ed è impossibile estrapolarne dei pezzi, senza con questo sottrarre qualcosa del loro valore artistico, e della loro forza evocativa. Viaggiare sulle note di Jarrett avvicinandosi di notte alla meraviglia di Mont S. Michel, lambire il Medioevo vivente in Chartres, guadagnare la periferia di Parigi sotto un diluvio torrenziale, e vedersi poi apparire improvvisa la Tour sfavillante, accostarsi alle punte protese nell'Oceano sulla costa bretone, vagare senza mèta tra strade circondate da boschi (la grandeur francese le chiama foreste), resi oscuri dalla notte, accompagnare l'inizio di una nuova tappa, magari di 800 km, -fare tutto questo, e molto altro, con l'accompagnamento delle note jarrettiane, beh, è stato bellissimo. Un'esperienza sensoriale.

albatros900
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giovedì, 14 settembre 2006

L'Amor che move 'l sole e l'altre stelle.

il Sommo Poeta

"O montanina mia canzon, tu vai:

forse vedrai Fiorenza, la mia terra,

che fuor di sé mi serra,

vota d'amor e nuda di pietate;

se dentro v'entri, va dicendo: Omai

non vi può far lo mio fattore più guerra:

là ond'io vegno una catena il serra

tal, che se piega vostra crudeltate,

non ha di ritornar qui libertate"

(Dante Alighieri,dal Casentino, dopo il 1306.

Rime sparse LIII, 76-84)

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, stroncato da febbri malariche, moriva il più grande poeta di tutti i tempi. Esiliato dalla sua città, non poté più farvi ritorno. In tante pagine ha cantato il dolore di quel distacco, e la lucida consapevolezza che non avrebbe più rivisto la sua terra natìa.

La sua anima vaga, immortale, attraverso i secoli.

albatros900
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temi : poesia, arte, medioevo, dante

martedì, 12 settembre 2006

Tracce di un pellegrinaggio. Parte terza.

Sono solito "romanzare" un po' le storie o le bagatelle che inserisco in questo spazio creativo, cercando di dare una veste diversa, lievemente trasfigurata, agli accadimenti dell'esistenza. Questa volta darò conto di un piccolo episodio, che nella sua piccolezza mi ha profondamente colpito, e lo farò senza "romanzarlo".

Qualche giorno fa mi ha telefonato dal Piemonte un mio carissimo amico monaco, chiedendomi una cortesia: mi ha parlato di un suo amico, anziano pittore che ha insegnato all'Accademia di Belle Arti di Via Ripetta (la storica Accademia di Roma), il quale da qualche mese si trovava ricoverato in ospedale in gravi condizioni. "E' una persona, ancor prima che un artista, di profondissima sensibilità e umanità, caduto (proprio per questo, ha aggiunto lui; ed io ho dentro di me annuito sorridendo alla sua affermazione) in uno stato depressivo", al quale si è aggiunta una non meglio precisata malattia. La cortesia che L. mi chiedeva era semplicemente quella di andare a fare una visita a questa persona, con l'occasione di portargli i suoi saluti. Mi ha dato il telefono della moglie allo scopo di accordarmi per questo incontro. La sera stessa ho chiamato questa anziana signora. E siamo rimasti per vederci davanti all'ospedale due giorni dopo. "Risentiamoci, però, domani per la conferma", mi ha poi precisato. La sera successiva mi telefona M.G. per dirmi che il marito si è aggravato, e che quindi la mia visita sarebbe stata, in quel frangente, inopportuna. L'avremmo rimandata ad altra data. Nel frattempo, cioè il giorno in cui L. mi aveva chiamato, ero andato a riguardare a casa la mia rubrica e alla lettera Z, con mia sorpresa, avevo trovato il numero di casa e la via di questo pittore...Ho ricordato, infatti, che quel recapito il mio amico monaco me lo lasciò qualche anno prima, con queste parole "Guarda, vai a trovarlo nel suo studio, è un pittore straordinario, fagli leggere i tuoi racconti, parla con lui, vedrai che avrai molto da impararne, a livello artistico e umano". Ma, forse perché abitava fuori Roma, forse per mille altri motivi, quel recapito era rimasto lì, nella rubrica, inutilizzato, fino a quel giorno in cui la contingenza l'ha riportato alla mia mente. Adesso avevo finalmente l'occasione per realizzare quell'incontro così a lungo rimandato...

Ieri mattina, una telefonata del monaco mi annunciava che M. Z. era morto la notte tra domenica e lunedì, per l'aggravarsi delle sue condizioni.

Ecco, una grande amarezza ho provato nell'apprendere questa notizia. La morte era arrivata prima di me, dettando la sua tempistica in anticipo sulla mia volontà. Quel mancato incontro di anni fa, era dunque destinato a rimanere tale per sempre. Ma la cosa particolare è che ho sentito un'illogica vicinanza con quella persona mai incontrata; illogica perché mi era sconosciuto. O forse sconosciuto non lo era del tutto, considerando la "mediazione" del mio amico monaco. E spesso accade (non sempre, ma spesso) che le persone amate e stimate da chi amiamo e stimiamo, diventino da noi stessi -per una sorta di induzione affettiva- amate e stimate, quasi per riflesso. Così quell'artista che non potei mai conoscere, adesso che vive un'altra realtà, forse mi guarderà come qualcuno che in fondo ha condiviso un tratto, brevissimo e quasi impercettibile, del suo cammino terreno. "Hai contribuito anche tu -mi ha detto L.- ad asciugare le lacrime di un volto, semplicemente con la disponibilità di una visita, seppure mai avvenuta e solo preannunciata". Forse sarà così; certo ho sentito che qualcosa di incompiuto avevo lasciato in quel giorno. C'era ancora, forse, una mano da stringere, un sorriso da offrire, una parola da spendere, un barlume di luce da portare a un corpo avviato verso la fine.

Non dubito del fatto che tutto questo si possa compire in ciò che mi (ci) attende dopo questo percorso terreno. Ne sono certo. Così come sono certo che in quella inconosciuta, misteriosa eppure sicura realtà, troveremo migliaia di volti, di mani, di occhi (di anime e corpi, insomma) che non abbiamo potuto incontrare. E allora avremo tempo a sufficienza per ognuno di essi.

albatros900
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venerdì, 08 settembre 2006

IL MOLTO E IL POCO.

Poi, seduto di fronte al tesoro, [Gesù] osservava come la folla gettasse denaro nel tesoro. Molti ricchi ne gettavano molto, ma, giunta una povera vedova, vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: <<in verità, vi dico, che questa povera vedova ha gettato più di tutti quelli che hanno gettato nel tesoro, perché tutti hanno gettato di ciò che era loro superfluo, ma essa, prendendo dalla sua povertà, ha gettato tutto quanto aveva>>.

(Vangelo di Marco XII, 41-44)

albatros900
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