Antefatto secondo. Il cinema.
to my brotha
Ben più breve e marginale dell’avventura teatrale (vedi post del 28 settembre), ma non priva di episodi divertenti, è stata la mia fugace incursione nel mondo del cinema. Anche in questo caso racconterò per sommi capi qualche aneddoto, in due puntate.
Mattina d’inverno. Un mio carissimo amico mi telefona e mi fa: “Guarda che a Cinecittà fanno un casting per il film di Scorsese [“Gangs of NY”]: cercano ragazzi dall’aspetto nordico!”. Mmmm, è quello che fa per me… Il giorno successivo, la mattina presto, mi presento al luogo indicato, affronto una lunga fila di speranzosi giovinastri e giovinastre. Devo subito precisare i due motivi per i quali ero lì: 1) la paga. Essendo una produzione americana, pagavano profumatamente, ed io ero in grandi necessità. 2) la mia passione per il cinema. L’idea di veder fare un film “dall’interno”, e per di più da un grande regista come Scorsese, mi attraeva non poco. Superata facilmente la selezione, ci danno appuntamento per l’indomani per la vestizione! Nel mondo del cinema ci si alza presto: bisognava star lì alle 7:30. Nel grande stanzone-sartoria c’erano migliaia di abiti, maschere e quant’altro. Naturalmente sarti/e e costumisti/e erano isteriche (nel caso delle donne) e/o gay (nel caso degli uomini). Le due tipologie avevano anche delle occorrenze in cui si sovrapponevano gli aggettivi. Io vengo inizialmente destinato tra le comparse irlandesi (solo per precisare: non sono roscio, né lentigginoso!), la qual cosa mi diverte molto. Il loro abbigliamento è un po’ trasandato (eufemismo), nel complesso hanno un aspetto simpatico. Poco dopo, però, un imprevisto guasta i miei piani interpretativi. Nel plotone dei soldati americani, che rappresentano l’altro folto gruppo di comparse presenti quella mattina, manca giusto un ragazzo per fare numero pari. Rapido giro di sguardi del costumista sugli astanti; io, per evitare di essere cambiato di “ruolo”, faccio il vago. Un po’ come succedeva al liceo quando i professori si accingevano ad interrogare, ognuno di noi, per distogliere lo sguardo dal/la prof, aveva un improvviso bisogno di cercare qualcosa nello zaino a terra o improcrastinabile si presentava l’esigenza di temperare la matita…
Memore di tali giovanili attitudini, compio lo stesso gesto di “straniamento”, ma ahimé lo sguardo si incrocia per una frazione di secondo con quello del costumista…Fatale! “Tu, occhioni blu, vieni con me tra i soldati”. Essendo egli di chiare tendenze omosessuali non capisco se in tale affermazione si celi una qualche forma di approccio. Il seguito fortunatamente dissipa ogni timore in tal senso. Vabbé, mi tocca fare il soldato. L’unica, non lieve, consolazione è che in questo modo avrò la possibilità di stare in compagnia del mio amico, anch’egli soldato. E questo nel prosieguo si rivelerà una vera manna, come dirò.
Il primo giorno previsto per le riprese, la convocazione a Cinecittà è alle 6 del mattino! Il che significa, per me e G., sveglia alle 5. Durante il tragitto che ci separa dalle nostre case agli Studi, percorso in scooter, avvistiamo qualche esemplare di pinguino sopravvissuto alla notte, e dopo esserci liberati delle stalattiti formatesi sui nostri occhi, ci dirigiamo alla sala trucco. Nonostante sia buio pesto, dentro ferve la vita: parrucchieri/e che vanno qua e là, luci ovunque, comparse che sciamano senza sosta. Veniamo dotati di abbondanti basettoni stile tardo Ottocento, impomatati a dovere e vestiti di tutto punto. Ovvero: divisa da soldato XIX secolo, più ruvida della carta vetrata, camiciona “bianca” di tre taglie più grandi della propria (non osiamo sperare che sia stata lavata in tintoria), scarponi stile prima guerra mondiale, ma il bello è l’attrezzatura bellica. Master Scorsese vuole tutto a regola d’arte, dunque l’armamentario militare dev’essere realistico. Fucile in legno e ferro massiccio, zaino pieno, non so di cosa, ma pieno! con morbida fasciatura in cuoio a strozzare il collo e vergare le spalle, borraccia e altri orpelli simili. Se ci avessero pesato, credo che avremmo avuto un irrefrenabile istinto di metterci a dieta! Un simpatico maestro d’armi americano inizia l’addestramento alla marcia al suono di “C’mon, Guy!” (precisamente con la “u”, perché se avesse usato un’altra vocale sarebbe accorso tutto il reparto sartoria). Fortuna vuole che il mio compagno di marcia abbia fatto il militare e quindi mi dà le dritte necessarie per colmare le mie evidenti lacune coordinativo-motorie. Mentre passiamo intere mattine e pomeriggi a marciare centinaia di volte girando le scene, mi domando per quale congiunzione astrale io, che sono un antimilitarista convinto ed ho fatto l’obiettore di coscienza, mi ritrovo vestito da soldato, a marciare da soldato, circondato da soldati, e per di più americano! Descrivere la varia umanità che va sotto il nome di “comparsa” è impresa che richiederebbe un romanzo più che un blog, quindi mi limiterò a dare qualche accenno. Sottolineo solo il fatto che è effettivamente un mondo a se stante, con sue proprie regole. C’è il tipo tonto mezzo sordo che mentre proviamo le scene, a un certo punto si mette a parlare al cellulare! Giuro, non è un film di Peter Sellers, è realtà! Oppure il fascistello di borgata che, essendo stato vestito da colonnello o giù di lì e dotato di simil-scimitarra al fianco, si sente pronto per ritentare l’impresa libica. Il mito mio e di G. era però un tizio che avevamo soprannominato “the studd” perché al posto dei denti davanti aveva una serie di perni. Costui si dava un gran daffare, e si reputava sul punto di soffiare il posto a Di Caprio o Day Lewis! (Con un po’ di fantasia forse avrebbe potuto anche rubare la scena alla biondissima-occhi-azzurissimi Diaz). Un capitolo a parte meriterebbero quelle creature metà uomo e metà bestia che vanno sotto il nome di “capicomparse”. Se pensate che l’impiegato della posta, o il portiere, o l’autista dell’autobus siano mai stati sgarbati con voi, vi consiglio di passare una mezz’oretta con uno di questi esemplari, e cambierete idea! Essi sono in sostanza l’ultima ruota del carro, comparse escluse, di una produzione cinematografica, eppure anche al loro interno esiste una precisa e ferrea gerarchia, e dunque esistono ruote di diverso calibro e potenza. Quello più in basso nella catena alimentare si limita a replicare tipo eco quello che il superiore grida, dandosi però il tono di essere lui in realtà a tessere le fila della situazione. Ci sono poi i capicomparsa mitologici, esseri entrati di diritto nel regno della leggenda. Di loro si vocifera che abbiano girato (cioè partecipato a) migliaia di film, e la cui raccomandazione proietta una semplice comparsa in sfere di popolarità inimmaginabili…Uno di questi è detto “er Barba”, per una sua evidente caratterizzazione fisica (per intenderci è quello che fa il santone in “Sono un fenomeno paranormale” di Sordi). Un capocomparsa che nel corso delle riprese ha mostrato di avermi particolarmente a cuore, è quello che un giorno, mentre sedevamo tutti per terra sfiniti dalle marce, mangiando un atroce rancio (sigh), mi guarda apostrofandomi “Ehi, ma non lo vedi che sei vestito in costume? Che fai seduto per terra? Me rovini la divisa!”…alla mia garbata reazione “Ma se sono seduti tutti per terra! E poi sono stanco!”, risponde con serafica rassegnazione “Ah, sei stanco? Non ti va di lavorare, vuoi andarti a riposare? Allora ti mando a casa così ti riposi, eh?”. Costui, però, non faceva preferenze di persone, elargendo la propria cortesia a chiunque gliene offrisse il destro. In fase di vestizione, una comparsa che non riusciva ad allacciare le bretelle in cuoio degli zaini, si arrischia a chiedere aiuto al suddetto. Il quale, con amorevole sollecitudine, precisa al ragazzo: “E che faccio er sellaro?”. Effettivamente era riuscito ad elaborare, con questa interessante metafora equina, un senso diverso al nostro effettivo ruolo.
Ma non è stato quello il solo caso, dopo il costumista, in cui sia stato preso "in considerazione” da qualche maestranza. Un pomeriggio in cui il mio amico non era con me -un pomeriggio di noia mortale come immaginerete, anche perché gli unici argomenti di cui era possibile discorrere nelle pause con le altre comparse erano la formazione della Roma o della Lazio, le marche di cellulare, le misure di qualche belloccia televisiva, e poco altro (ah, sì…la Formula Uno), argomenti dei quali posso volentieri fare a meno-, quel pomeriggio, dicevo, mentre mi aggiravo solitario per le bellissime scenografie del porto di New York, vedo due truccatrici armate di trucchi, phon e quant’altro, errare alla ricerca di comparse da “ritoccare”…Il solo modo che avevo di dare un senso al mio essere lì, era intercettare (pur non essendo interista) le due tipe e fingermi bisognoso delle loro amorevoli cure. Pensato, fatto! E così, almeno, per una buona trentina di minuti mi sono fatto coccolare dalle sapienti mani delle truccatrici…e al diavolo le misure delle starlette televisive!! Al termine di ogni giornata di lavoro, ci si doveva sottoporre alla rimozione forzata delle basette posticce, la qual cosa richiedeva una buona dose di pazienza e abnegazione.
Nella prossima puntata mi dedicherò, con meno prolissità, al racconto del secondo lungometraggio.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte quinta).