martedì, 31 ottobre 2006

Croazia, 2003

Hans.

albatros900
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giovedì, 26 ottobre 2006

Anni Dieci.
"Ne abbiamo attraversate di tempeste!
E quante prove, antiche e dure"
(Franco Battiato)
Vieni con me, nel mio sogno senza tempo. Vieni con me in un luogo che non conosci ancora, che insieme esploreremo. I raggi del sole ci sorprenderanno sul prato, mentre consumiamo la colazione, al modo del tempo che fu! Poi, all’ombra delle querce, dormiremo fin che la canicola avrà perduto il suo vigore. Allora, il calesse ci porterà a spasso per le strade silenziose di campagna e i nostri sensi si riempiranno di natura e di emozioni. Nulla turberà il nostro incanto. Tienimi ancora la mano, perché non abbia di nuovo a sorprenderci il dubbio, la divisione, la fine. Quando ormai le tenebre avvolgeranno ogni cosa, resterà a risplendere il nostro sogno soltanto. E i grilli intoneranno il canto di una realtà che finalmente ci corrisponde…
Buongiorno! Sono le sette. Il servizio di sveglia telefonica le augura una buona giornata.
 1910
"C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...
ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton!
Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...
Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!
Come stai? Le chiesi a un tratto.
"Bene, grazie, disse, e tu?".
"Non c'e' male" e poi distratto:
"guarda che acqua viene giù!".
"Che m'importa se mi bagno?"
Tanto a casa debbo andare
"Ho l'ombrello, t'accompagno"
"Grazie, non ti disturbar..."
Passa a tempo una vettura
io la chiamo, le fa: "no"
dico: "Oh! Via, senza paura.
Su montiamo", e lei montò.
Così pian piano io le presi le man
mentre il pensiero vagava lontano...
Quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!
Ma il ricordo del passato
fu per lei il più gran dolore,
perché al mondo aveva dato
la bellezza ed il candor...
così quando al suo portone
un sorriso mi abbozzò
nei begli occhi di passione
una lagrima spuntò...
Io non l'ho più riveduta
se e' felice chi lo sa!
Ma se ricca, o se perduta,
ella ognor rimpiangerà:
Quando una sera in un sogno lontano
nella vettura io le presi la mano
quando salvare ella ancor si poteva!...
...Come pioveva ...così piangeva!"
(Armando Gill, 1918)
Alla memoria di mio nonno F. (16.XII.1890 - 26.X.1963), che non conobbi mai.
albatros900
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temi : ricordi, vita, emozioni

martedì, 17 ottobre 2006

Antefatto secondo. Il cinema 2.
Il secondo lungometraggio a cui ho partecipato come comparsa è stato lo sceneggiato sulla vita di Ferrari interpretato, tra gli altri, da Castellitto. Pochi gli aneddoti che mi ricordi, anche perché si è trattato di due sole giornate di riprese per quanto mi riguarda. Intanto devo dire che sono rimasto molto sorpreso quando mi è arrivata la telefonata di convocazione dalla società di casting, perché nel variegato mondo delle comparse, in linea generale lavori solo se ti “ammanichi” con qualche capocomparsa, o comunque rimani in contatto con qualcuno dell’ambiente. Per me l’esperienza di “Gangs of NY” era stata estemporanea, quindi consideravo chiusa lì la vicenda. Invece…
Questa produzione era italiana, pertanto anche la paga era proporzionalmente più bassa. L’orario di lavoro era lo stesso, aurorale, ma stavolta non più a Cinecittà, bensì in una stazione dei Vigili del Fuoco, poco lontano. Anche il numero delle comparse, almeno quelle del mio giorno, era notevolmente inferiore al film di Scorsese (vorrei vedere…). Questa volta la contingenza non è stata particolarmente ironica con me, facendomi vestire panni che sentivo estranei; anzi, si trattava di essere abbigliato da giornalista (quindi uno stile a mezzo tra l’elegante e lo sportivo, che non mi dispiace), mi pare anni Trenta o giù di lì. L’unica comparsa della cui vicenda mi sia rimasta memoria è un ragazzo sui venticinque anni, che si agitava molto per farsi notare da quelli della produzione, dal regista, dagli aiuto, dalle maestranze, dai truccatori, dai parrucchieri, dagli stuntmen, etc. Egli apparteneva a quella folta schiera di comparse che, pur essendo tali, per il semplice fatto di essere fugaci presenze nel mondo del cinema, ritengono di poter assurgere al ruolo di grandi attori. Nella breve incursione che ho avuto nel mondo del cinema, ho guardato con una certa tenerezza e simpatia a questi personaggi, un po’ come si guardano quei bambini che si travestono da Napoleone, e si comportano come fossero realmente lui (e fortunatamente non lo sono!). Per me era un divertissement, fonte anche di guadagno, e quindi vivevo la cosa con uno sguardo sufficientemente distaccato, anche se interessato a quello che avveniva attorno a me. Non ho mai avuto alcuna aspettativa dal trovarmi lì, mai pensato di diventare improvvisamente un astro di Hollywood! Andiamo, una comparsa!
Chiusa la parentesi. Fin dall’inizio della giornata lavorativa avevo intuito che quel ragazzo avrebbe dato ampie soddisfazioni al mio tentativo di divertirmi e spassarmela, e quindi lo tenevo d’occhio costantemente. Appena usciti nel piazzale dove avremmo atteso il nostro turno, costui si avvicina all’aiuto regista dicendogli con fare ammiccante “Ehi, Bruno hai visto sono arrivato!”. “Ciao, Tonì!”. (I nomi sono di fantasia). “Senti, ti ricordi che mi avevi detto che potevo fare delle battute…”. “Sì, sì, me ricordo…dopo, dopo”… e se ne va. Il volto di Tonì brillava di felicità all’idea di trasformarsi da semplice “comparsa” a “generico” (che sarebbe appunto il gradino più in alto: la comparsa che proferisce almeno una vocale). Intanto nel piazzale girano delle scene con macchine d’epoca, mentre noi aspettiamo….nella noia più assoluta. Trovo difficile socializzare non riuscendo a introdurmi nei discorsi degli altri, incentrati –come già detto- su formazioni di calcio, cellulari, auto, elementi di geometria sessuale, e affini. Tonì vaga alla ricerca dei pezzi grossi; anche lui non appare interessato ai dialoghi correnti, perché la sua mente va alla gloria che lo attende davanti alla macchina da presa. Finalmente entriamo nella grande sala dove si svolge la “nostra” scena, che altro non è se non una conferenza stampa di Ferrari in inglese. Noi siamo i giornalisti che devono interrogarlo, o ascoltarlo. Ci dicono di prendere posto sulle poltrone tipo cinema. Io mi siedo a metà della sala, non troppo distante dalla prima fila, dove ovviamente si posiziona Tonì, in attesa della gloria. Dopo un po’, mentre fervono i preparativi per le riprese, questi si rivolge di nuovo a Bruno con un sorriso “Ehi, Brù, ricordati delle mie battute, eh!”, e Bruno “Sì, sì…dopo, dopo”. Intanto Tonì, incurante della hybris che in questo modo sta attirando su di sé dagli dei, si intrattiene con tutti quanti gli capitano a tiro dicendo che lui tra poco dirà delle battute, che questo è il suo trampolino di lancio, che già lo aspettano altri ciak, che lui frequenta una scuola di recitazione e via proclamando. Intanto gli dei sopra di lui, se la ridono! A un certo punto, Bruno sale su una scala sopra il tavolo da cui parlerà Ferrari, per sistemare un riflettore. Il suo equilibrio è precario. “Sistema mejo quella luce, cazzo! Nun lo vedi che qua c’ho Sergio poco illuminato? Questo deve parlà cor giornalista davanti”, e indica un punto decisamente distante dalla poltrona di Tonì. Questi, preoccupato, si affretta a ricordare “A’ Brù, ma io devo dire le battute…ti ricordi, sì?”. Bruno alza gli occhi al cielo, e dopo un’eloquente pausa, fa “Sì che me ricordo, basta che mò stai bbono”. Tonì si tranquillizza. In fondo alla sala compare Castellitto, e questo indica che ormai ci siamo. Ultimi ritocchi alla scena. Tonì, che sente vicino il suo momento, di nuovo si rivolge all’aiuto regista, sempre più impegnato. “Ahò, mi raccomando le mie battute, Brù…me lo dici te quello che devo fare…”. A quel punto la pazienza di Bruno ha raggiunto un punto di saturazione e di non-ritorno. Con aria cinica e beffarda, apostrofa il povero Tonì “A Tonì, lo sai che devi fa?”…pausa, durante la quale negli occhi della giovane comparsa si affacciano gli orizzonti di gloria…”Nun me devi rompe li coglioni, capito?”. Crash. I sogni di gloria si infrangono, e a Tonì non resta neanche la forza di reagire. Si riaccomoda sulla sua poltrona con l’aria bastonata. Ma…colpo di scena! Il regista fa: “Tu (indicando l’attore che siede accanto a me) fai la seconda domanda a Sergio, va bene?”. “Off corse”, risponde l’attore, evidentemente di lingua inglese. Tonì, che aveva seguito la scena, scatta su dal suo posto e si precipita da me. “Senti, ti prego, mi faresti sedere al posto tuo? Sai, io dovrei dire delle battute…”. Gli cedo il posto, e mi metto nella fila accanto. Tonì tutto felice sente che non tutto è perduto: ora siede accanto all’attore che dirà una battuta, la camera inquadrerà anche lui! Ma gli dei non smettono mica di ridere…e preparano il coup de téatre. Dopo qualche prova, il regista decide che non sarà l’attore anglofono inizialmente prescelto a fare la domanda a Ferrari. La scena si sposta un po’ più in là, guarda caso vicino a me! L’occhio della cinepresa si allontana dunque inesorabilmente da Tonì, per il quale dovrà continuare ancora la gavetta. E sono rimandati di un po’ i suoi propositi di gloria cinematografica.
******
Questo post in due puntate sul cinema, prende le mosse ed è dedicato a un mio carissimo amico, al quale devo questa divertente esperienza, e al quale desidero regalare, se possibile, un sorriso nel  ricordarla, in un momento un po’ delicato della sua vita.
La terza parte sarà dedicata alla televisione.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte sesta)
albatros900
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temi : cinema

mercoledì, 11 ottobre 2006

Antefatto secondo. Il cinema.
to my brotha
Ben più breve e marginale dell’avventura teatrale (vedi post del 28 settembre), ma non priva di episodi divertenti, è stata la mia fugace incursione nel mondo del cinema. Anche in questo caso racconterò per sommi capi qualche aneddoto, in due puntate.
Mattina d’inverno. Un mio carissimo amico mi telefona e mi fa: “Guarda che a Cinecittà fanno un casting per il film di Scorsese [“Gangs of NY”]: cercano ragazzi dall’aspetto nordico!”. Mmmm, è quello che fa per me… Il giorno successivo, la mattina presto, mi presento al luogo indicato, affronto una lunga fila di speranzosi giovinastri e giovinastre. Devo subito precisare i due motivi per i quali ero lì: 1) la paga. Essendo una produzione americana, pagavano profumatamente, ed io ero in grandi necessità. 2) la mia passione per il cinema. L’idea di veder fare un film “dall’interno”, e per di più da un grande regista come Scorsese, mi attraeva non poco. Superata facilmente la selezione, ci danno appuntamento per l’indomani per la vestizione! Nel mondo del cinema ci si alza presto: bisognava star lì alle 7:30. Nel grande stanzone-sartoria c’erano migliaia di abiti, maschere e quant’altro. Naturalmente sarti/e e costumisti/e erano isteriche (nel caso delle donne) e/o gay (nel caso degli uomini). Le due tipologie avevano anche delle occorrenze in cui si sovrapponevano gli aggettivi. Io vengo inizialmente destinato tra le comparse irlandesi (solo per precisare: non sono roscio, né lentigginoso!), la qual cosa mi diverte molto. Il loro abbigliamento è un po’ trasandato (eufemismo), nel complesso hanno un aspetto simpatico. Poco dopo, però, un imprevisto guasta i miei piani interpretativi. Nel plotone dei soldati americani, che rappresentano l’altro folto gruppo di comparse presenti quella mattina, manca giusto un ragazzo per fare numero pari. Rapido giro di sguardi del costumista sugli astanti; io, per evitare di essere cambiato di “ruolo”, faccio il vago. Un po’ come succedeva al liceo quando i professori si accingevano ad interrogare, ognuno di noi, per distogliere lo sguardo dal/la prof, aveva un improvviso bisogno di cercare qualcosa nello zaino a terra o improcrastinabile si presentava l’esigenza di temperare la matita…
Memore di tali giovanili attitudini, compio lo stesso gesto di “straniamento”, ma ahimé lo sguardo si incrocia per una frazione di secondo con quello del costumista…Fatale! “Tu, occhioni blu, vieni con me tra i soldati”. Essendo egli di chiare tendenze omosessuali non capisco se in tale affermazione si celi una qualche forma di approccio. Il seguito fortunatamente dissipa ogni timore in tal senso. Vabbé, mi tocca fare il soldato. L’unica, non lieve, consolazione è che in questo modo avrò la possibilità di stare in compagnia del mio amico, anch’egli soldato. E questo nel prosieguo si rivelerà una vera manna, come dirò.
Il primo giorno previsto per le riprese, la convocazione a Cinecittà è alle 6 del mattino! Il che significa, per me e G., sveglia alle 5. Durante il tragitto che ci separa dalle nostre case agli Studi, percorso in scooter, avvistiamo qualche esemplare di pinguino sopravvissuto alla notte, e dopo esserci liberati delle stalattiti formatesi sui nostri occhi, ci dirigiamo alla sala trucco. Nonostante sia buio pesto, dentro ferve la vita: parrucchieri/e che vanno qua e là, luci ovunque, comparse che sciamano senza sosta. Veniamo dotati di abbondanti basettoni stile tardo Ottocento, impomatati a dovere e vestiti di tutto punto. Ovvero: divisa da soldato XIX secolo, più ruvida della carta vetrata, camiciona “bianca” di tre taglie più grandi della propria (non osiamo sperare che sia stata lavata in tintoria), scarponi stile prima guerra mondiale, ma il bello è l’attrezzatura bellica. Master Scorsese vuole tutto a regola d’arte, dunque l’armamentario militare dev’essere realistico. Fucile in legno e ferro massiccio, zaino pieno, non so di cosa, ma pieno! con morbida fasciatura in cuoio a strozzare il collo e vergare le spalle, borraccia e altri orpelli simili. Se ci avessero pesato, credo che avremmo avuto un irrefrenabile istinto di metterci a dieta! Un simpatico maestro d’armi americano inizia l’addestramento alla marcia al suono di “C’mon, Guy!” (precisamente con la “u”, perché se avesse usato un’altra vocale sarebbe accorso tutto il reparto sartoria). Fortuna vuole che il mio compagno di marcia abbia fatto il militare e quindi mi dà le dritte necessarie per colmare le mie evidenti lacune coordinativo-motorie. Mentre passiamo intere mattine e pomeriggi a marciare centinaia di volte girando le scene, mi domando per quale congiunzione astrale io, che sono un antimilitarista convinto ed ho fatto l’obiettore di coscienza, mi ritrovo vestito da soldato, a marciare da soldato, circondato da soldati, e per di più americano! Descrivere la varia umanità che va sotto il nome di “comparsa” è impresa che richiederebbe un romanzo più che un blog, quindi mi limiterò a dare qualche accenno. Sottolineo solo il fatto che è effettivamente un mondo a se stante, con sue proprie regole. C’è il tipo tonto mezzo sordo che mentre proviamo le scene, a un certo punto si mette a parlare al cellulare! Giuro, non è un film di Peter Sellers, è realtà! Oppure il fascistello di borgata che, essendo stato vestito da colonnello o giù di lì e dotato di simil-scimitarra al fianco, si sente pronto per ritentare l’impresa libica. Il mito mio e di G. era però un tizio che avevamo soprannominato “the studd” perché al posto dei denti davanti aveva una serie di perni. Costui si dava un gran daffare, e si reputava sul punto di soffiare il posto a Di Caprio o Day Lewis! (Con un po’ di fantasia forse avrebbe potuto anche rubare la scena alla biondissima-occhi-azzurissimi Diaz). Un capitolo a parte meriterebbero quelle creature metà uomo e metà bestia che vanno sotto il nome di “capicomparse”. Se pensate che l’impiegato della posta, o il portiere, o l’autista dell’autobus siano mai stati sgarbati con voi, vi consiglio di passare una mezz’oretta con uno di questi esemplari, e cambierete idea! Essi sono in sostanza l’ultima ruota del carro, comparse escluse, di una produzione cinematografica, eppure anche al loro interno esiste una precisa e ferrea gerarchia, e dunque esistono ruote di diverso calibro e potenza. Quello più in basso nella catena alimentare si limita a replicare tipo eco quello che il superiore grida, dandosi però il tono di essere lui in realtà a tessere le fila della situazione. Ci sono poi i capicomparsa mitologici, esseri entrati di diritto nel regno della leggenda. Di loro si vocifera che abbiano girato (cioè partecipato a) migliaia di film, e la cui raccomandazione proietta una semplice comparsa in sfere di popolarità inimmaginabili…Uno di questi è detto “er Barba”, per una sua evidente caratterizzazione fisica (per intenderci è quello che fa il santone in “Sono un fenomeno paranormale” di Sordi). Un capocomparsa che nel corso delle riprese ha mostrato di avermi particolarmente a cuore, è quello che un giorno, mentre sedevamo tutti per terra sfiniti dalle marce, mangiando un atroce rancio (sigh), mi guarda apostrofandomi “Ehi, ma non lo vedi che sei vestito in costume? Che fai seduto per terra? Me rovini la divisa!”…alla mia garbata reazione “Ma se sono seduti tutti per terra! E poi sono stanco!”, risponde con serafica rassegnazione “Ah, sei stanco? Non ti va di lavorare, vuoi andarti a riposare? Allora ti mando a casa così ti riposi, eh?”. Costui, però, non faceva preferenze di persone, elargendo la propria cortesia a chiunque gliene offrisse il destro. In fase di vestizione, una comparsa che non riusciva ad allacciare le bretelle in cuoio degli zaini, si arrischia a chiedere aiuto al suddetto. Il quale, con amorevole sollecitudine, precisa al ragazzo: “E che faccio er sellaro?”. Effettivamente era riuscito ad elaborare, con questa interessante metafora equina, un senso diverso al nostro effettivo ruolo.
Ma non è stato quello il solo caso, dopo il costumista, in cui sia stato preso "in considerazione” da qualche maestranza. Un pomeriggio in cui il mio amico non era con me -un pomeriggio di noia mortale come immaginerete, anche perché gli unici argomenti di cui era possibile discorrere nelle pause con le altre comparse erano la formazione della Roma o della Lazio, le marche di cellulare, le misure di qualche belloccia televisiva, e poco altro (ah, sì…la Formula Uno), argomenti dei quali posso volentieri fare a meno-, quel pomeriggio, dicevo, mentre mi aggiravo solitario per le bellissime scenografie  del porto di New York, vedo due truccatrici armate di trucchi, phon e quant’altro, errare alla ricerca di comparse da “ritoccare”…Il solo modo che avevo di dare un senso al mio essere lì, era intercettare (pur non essendo interista) le due tipe e fingermi bisognoso delle loro amorevoli cure. Pensato, fatto! E così, almeno, per una buona trentina di minuti mi sono fatto coccolare dalle sapienti mani delle truccatrici…e al diavolo le misure delle starlette televisive!! Al termine di ogni giornata di lavoro, ci si doveva sottoporre alla rimozione forzata delle basette posticce, la qual cosa richiedeva una buona dose di pazienza e abnegazione.
Nella prossima puntata mi dedicherò, con meno prolissità, al racconto del secondo lungometraggio.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte quinta).
albatros900
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sabato, 07 ottobre 2006

Un'illogica allegria (anche per me).

Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
A volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so
del mondo e anche del resto
lo so
che tutto va in rovina
ma di mattina
quando la gente dorme
col suo normale malumore
mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un'aria già vissuta
un paesaggio o che ne so.
E sto bene
Io sto bene come uno quando sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna.
Io sto bene
proprio ora, proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita così.

È come un'illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene...
Questa illogica allegria
proprio ora, proprio qui.
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.

(parole e musica del grandissimo Giorgio Gaber)

albatros900
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temi : musica, poesia, emozioni

giovedì, 05 ottobre 2006

è eterno l

(Giuro: il prossimo post sarà allegro!)

albatros900
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temi : colori

mercoledì, 04 ottobre 2006

"Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l'umile capestro.
Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi' di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia"

(Dante, Paradiso, XI)

Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226 muore Francesco d'Assisi. Immagine di semplicità e accoglienza, ha applicato in maniera mirabile il messaggio evangelico, dimostrando come una fede rettamente intesa e concretamente vissuta possa gettare squarci di luce immortale nei secoli, al di là di ogni singolo credo religioso. La sua vita ha conosciuto la gloria, la ricchezza, la miseria, il dolore, il successo e la vita mondana; fin che, in quell'abbraccio con l'uomo lebbroso per via, si è aperto il senso più profondo del vivere. Essere con gli altri. Capire, comprendere, incontrare. Libertà. Il vero uomo libero, non negherà mai questo supremo dono a quanti incontrerà sulla sua strada.

Per chi volesse approfondire la figura, la vita e i detti di quest'uomo straordinario, consiglio due letture poco agiografiche e molto interessanti e coinvolgenti: le biografie di Francesco ad opera di G. K. Chesterton, e di H. Hesse.

albatros900
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temi : vita, medioevo

martedì, 03 ottobre 2006

der Herbst

Ich weine viel in meinen einsamkeiten.

Der Herbst in meinem herzen wahrt zu lange.

Sonne der liebe, willst du nie mehr scheinen,

um meine bittern tranen mild auf zutrocknen?

(Sì, lo so che non è carino pubblicare un post in lingua straniera senza inserire la traduzione, ma oggi mi gira così...

Chi indovina cos'è, vince il cd in regalo!)

albatros900
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