Intermezzo.
"Non ferirmi no, non farlo mai più.
I baci tranquillizzanti mi buttano giù.
Tu vuoi mostrare a tutti l'amore che c'è fra noi,
una medaglia al valore che da sola ti dai.
Adesso che hai una casa un uomo e una reputazione,
padrona, padrona anche del tuo padrone.
Vorresti che ti seguissi nel goder con distinzione
di tutti i frutti della vita, quasi quasi anche quelli colti da altre dita.
No, non sei più tu.
E la memoria impertinente mi riporta là
a una ragazza fra la gente smagliante di libertà.
Le parolacce le risate le corse e poi tu mia
se fossi un altro uomo direi: poesia.
E quando con un salto tu sei piombata tra le braccia mie
ti sei spogliata senza trovare né scuse né bugie
e quando per scherzare dissi "Quanto vuoi?"
Tu rispondesti seria "L'amor che puoi!".
La disinvoltura che adesso tu hai
ha come radici gli spiccioli miei.
Le mura di un castello hai alzato intorno a noi
e olio bollente sugli altri getti ormai.
Scegliendo i nostri amici un computer diventi per l'occasione
e chi hai scartato per te è un barbone.
Mi offri la fedeltà su un piatto decorato di mille attenzioni,
come dire "hai comprato e ora godi le tue prigioni".
Vola la mia mente a qualche anno fa
a una esplosione dirompente di vitalità
a quando per punir quel moralista dell'ultimo piano
tu improvvisamente gli mostrasti il seno!
E quando ancor piangendo per l'emozione tu
cantando Fratelli d'Italia gridasti "io non ti lascio più!"
e la violenza con la quale mi abbracciasti un giorno,
un giorno quando non conoscevo questo rosa inferno."
(Lucio Battisti, 1973)
Da un paio di giorni mi frulla in testa questa bella canzone, e così -in attesa di postare un capitolo un po' più serio che ho anch'esso in gestazione nel frullato della mia testa- la propongo alla vostra attenzione.
Un grande equivoco.
Si parla molto, in questi ultimi tempi, sul tema della “reciprocità” in campo religioso e culturale. E se ne sentono davvero delle belle. Tra i tanti spunti che gli infiniti dibattiti, editoriali, saggi (saggi?), etc. suscitano in tal senso, vorrei soffermarmi brevemente su un aspetto, o meglio su un punto di vista. Quello cattolico, o se vogliamo più ampiamente cristiano. Premetto che sono cristiano, tanto per precisare che la mia non è la solita, qualunquistica “tirata” anticlericale. Ma è altrettanto chiaro che proprio un cristiano sia il primo a (dover) soffrire del travisamento e della strumentalizzazione che del suo credo viene fatta da chi dichiara di appartenervi. E’ piuttosto agevole constatare come da parte di molti la religione di appartenenza venga di volta in volta percepita e/o utilizzata come “arma” di difesa o di offesa nei confronti di chi segue un altro credo. E qui, venendo alla riflessione che vi propongo, spuntano le questioni curiose. Molti pseudo-cattolici, soprattutto dell’area politica, si affannano a spendere fiumi di parole su questo tema della reciprocità. Ovvero, detto in soldoni –e mi perdoneranno lorsignori se banalizzo così brutalmente cotanto illuminato parto di loro coscienza: se tu, musulmano, mi rispetti, io ti rispetto; se tu non mi rispetti, io ti rifiuto (nelle varie forme possibili). Se questo concetto lo afferma una persona che ragiona da un punto di vista non-cristiano, nulla da eccepire, è umano pensarla così, non nascondiamocelo. Il bello, però, viene quando un simile concetto lo esprimono personalità che si dichiarano pubblicamente “cristiane” (in una trasmissione televisiva perfino un sacerdote). Costoro osano -sì, osano, perché di temerarietà si tratta- associare questo ragionamento al messaggio cristiano. Andando alla banale radice semantica, ‘messaggio cristiano’ vorrebbe precisamente dire “messaggio di Cristo”, che costoro si fregiano di seguire. Ora, non c’è bisogno di essere grandi mistici per capire che il messaggio, e la vita stessa di Gesù di Nazareth, hanno testimoniato esattamente il capovolgimento del principio di “reciprocità”! Ve lo immaginate il povero cristo che apostrofa i suoi conterranei con parole del tipo “Allora, ragazzi, patti chiari, amicizia lunga: io su quella croce ci salgo mica, se in cambio non credete alle mie parole”; oppure: “Padre, fùlminali, perché non sanno quello che fanno”. E’ talmente lapalissiano che il messaggio di Cristo è rivoluzionario (e splendido, dal mio punto di vista) proprio perché abbatte finalmente la reciprocità. Io posso amarti a prescindere dal fatto se tu mi corrispondi o meno. C’è un brano evangelico, in questo senso, che non è troppo noto e soprattutto è solitamente frainteso (Matteo XVIII, 15-18), in cui Gesù, a proposito della correzione fraterna, conclude dicendo “...Se costui non ascolterà neppure l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”. Molti intendono sbrigativamente: chi non accetta la correzione (è quindi “diverso” da noi), va lasciato al suo destino. E’ esattamente il contrario: se uno è diverso da te, e poniamo pure che sia nell’errore, se non riesci a farlo cambiare, te lo prendi così com’è. Alla faccia della reciprocità! La conclusione della mia riflessione è questa: siccome non è verosimile che chi sbandiera la reciprocità come concetto cristiano da opporre all’Islam, non sappia queste cose, la ragione per cui se ne parla tanto probabilmente è dovuta a un fatto ancor più grave e, permettetemi, anti-cristiano: la questione identitaria. Ovvero, l’utilizzo della religione (cristiana) come fattore di identità quasi in termini patriottici (gli idioti della Lega addirittura la usano in termini padani!), militareschi, esclusivisti. Insomma l’esatto contrario del messaggio che a parole si preoccupano tanto di proteggere da fantasiose quanto improbabili “invasioni turche”. (Ma questo è argomento che merita altro post). Come direbbe un ex presidente della Repubblica, “IO NON CI STO”, non è questo il cristianesimo che cerco di seguire io. Io credo nella religione che unisce, non in quella che divide.
...un po' così, come la mia vita, confusamente sottosopra, a volte riflessa nelle vite di chi incontro...forse sto guardandovi da sotto la superficie dell'acqua.
Ringrazio F. per la foto.

La semplicità della bellezza. O dell'amor naturale.
"Omnibus una quies operum, labor omnibus unus:
mane ruunt portis; nusquam mora; rursus easdem
vesper ubi e pastu tandem decedere campis
admonuit, tum tecta petunt, tum corpora curant;
fit sonitus, mussantque oras et limina circum.
Post, ubi iam thalamis se composuere, siletur
in noctem fessosque sopor suus occupat artus."
Publius Vergilius Maro, Georgica, liber quartus
(Per tutti è uno solo il riposo dalle
fatiche, il lavoro è uno solo per tutti: al mattino si precipitano
fuori dalle porte, in nessun luogo c'è indugio; quando
di nuovo la sera ordina alle stesse di abbandonare finalmente
il pascolo nei campi, allora si rifocillano; si sente un ronzio,
e ronzano intorno alle entrate e sulle soglie. Poi, quando
ormai si sono sistemate nelle camere, c'è silenzio nella notte, e
un sonno meritato si impadronisce delle membra stanche).
Nella semplice fertilità di vita delle api cerco ancora una ragione di vita, un respiro, un battito che mi faccia vibrare. E trovo tutto questo. Posandomi ad ascoltare, in silenzio, il pulsare continuo della Vita.
Hans.

Lo svilimento dello svelamento.
Osservando la moda attuale, c’è una cosa che mi salta agli occhi immediatamente. E credo possa esserne definita una caratteristica (non casuale) a tutti gli effetti: si scopre eccessivamente ciò che dovrebbe restare nascosto; si copre eccessivamente ciò che dovrebbe restare visibile. Mi riferisco, nel primo caso, a brandelli di corpo e intimità mostrati senza alcuna, non voglio neppure dire decenza, ma almeno “eleganza”, nel senso più alto del termine; nel secondo caso, mi riferisco agli occhi. Come è evidente a chiunque si trovi, nella sua giornata, a mettere il naso fuori casa per almeno cinque minuti, la moda attuale impone alle donne, ma anche agli uomini, di mostrare quanto più possibile mutande (con relativa griffe, naturalmente. E mi viene un po’ da ridere a pensare come questa ridicola moda costringa i malcapitati maschietti a spendere anche 40 euro per indossare un capo che…sì…insomma…sappiamo dove va a finire, letteralmente!), brandelli di carne più o meno in sovrabbondanza, esposizione sfrenata di intimità. Se c’è una cosa, fra tante, che mi piace in una donna è il suo velarsi di mistero (e il saperlo/poterlo fare di gran lunga più di noi uomini), il suo celare la bellezza perché non sia subito còlta, subito e in tutto svelata, e il fatto che certi particolari del corpo siano quasi dono a un’intimità raggiunta. Tutto, invece, è come in un supermarket, dove tutto è a un buon mercato, in saldo, prezzi esposti, merce in vista, approfittate delle occasioni. Questa sovra-esposizione del corpo può, nella migliore delle ipotesi, suscitare un’effimera eccitazione, che dura il battito di un ciglio, per poi perdersi appunto nello svilimento dello svelamento (scusate il gioco verbale). Allo sguardo condiviso c'è il rischio che subentri lo sguardo rubato. Per quanto mi riguarda, non è la bellezza che cerco, questa. Non è la sensualità che mi conquista, questa. E arriviamo al secondo punto, che personalmente trovo ancora più insopportabile del primo alla vista. Questo esercito di “mosconi” che sciamano da mane a sera per le strade, sui mezzi pubblici, perfino nelle gallerie semibuie del metrò. Mi riferisco alla moda degli occhialoni scuri, che impazzano, e coprono ormai non solo gli occhi, ma ampie parti del viso. Se c’è una cosa che mi impedisce di parlare agiatamente con una persona, è quando il mio interlocutore indossa occhiali da sole. Se non posso guardare negli occhi la persona con cui dialogo, è come se stessi parlando ad un manichino. E’ un mio limite, per carità; ma tanto ritengo importante lo sguardo di una persona, che privandomene, è come se restassi privato di una parte essenziale del suo essere (e del suo “apparire”). Sia nel caso della sovra-esposizione dei corpi, sia nel caso della sotto-esposizione degli occhi, trovo ci sia un vizio di fondo dell’essere umano, che forse questi tempi incentrati sull’immagine esasperata amplificano. Senza voler fare né il sociologo (cioè, il nullologo), né il bacchettone (cioè, il “vorrei-anch’io-ma-non-posso-quindi-me-la-prendo-con-chi-può”), né il vecchio rompipalle (credo di non essere né l’uno né l’altro), credo il vizio risieda nella tendenza a mostrare parti di sé in maniera in-essenziale, lasciando nascosta, invece, l’essenza più profonda; nella tendenza a credere che la forza, la qualità, il valore, la dignità di una persona si rivelino esclusivamente sulla base di quello che di lei appare, e quanto più appare aggressiva, tanto più le difese contro gli altri sono efficaci, e quei valori attestati e certificati. Tutto questo, non essendo appunto un moralista, non mi indigna, piuttosto mi addolora. Mi addolora che gli uomini abbiano ancora bisogno di credere che un paio di occhiali da sole rendano più “machi”, più cattivi; mi addolora che le donne abbiano bisogno di credere che se non mostrano le mutande dai pantaloni, non sono sufficientemente attraenti per i maschietti; mi addolora che sia la forza (presunta) a segnare il discrimine tra la dignità e l’indegnità, piuttosto che la debolezza. Mi addolora che si debba uscire di casa muniti ognuno della/e propria/e maschera/e, quando invece si può gustare l’ebbrezza davvero dirompente di essere di fronte all’altro (all’amico, all’amante, al fratello) esattamente per quello che si è. Mi addolora che ci siano persone che non si lasciano guardare negli occhi, perché sono certo che hanno anch’esse grandi ricchezze, che restano però nascoste. Per paura del giudizio, per paura degli errori, per paura, insomma, di non essere amati. E di fronte a questa paura, provo sofferenza, perché la comprendo. Nel mio piccolo, evito gli occhiali da sole. Voglio che chi incrocia il mio cammino possa guardarmi negli occhi, e sulla base di uno sguardo vero, decidere se proseguire o meno il cammino con me.
"The poet in his lone yet genial hour
gives to his eyes a magnifying power:
or rather he emancipates his eyes
from the black shapeless accidents of size.
His gifted ken can see
Phantoms of sublimity."
S. T. Coleridge, Apologia.
(Nell'ora sua geniale e solitaria
il poeta ai suoi occhi conferisce
un gran potere:
il potere di magnificare, o meglio
egli libera i suoi occhi dai neri informi accidenti dei contorni.
così accade che egli veda
Fantasmi di sublimità).
Alla nave che ha ospitato il volo dell'albatros.
Hans