martedì, 28 novembre 2006

Intermezzo.

"Non ferirmi no, non farlo mai più.
I baci tranquillizzanti mi buttano giù.
Tu vuoi mostrare a tutti l'amore che c'è fra noi,
una medaglia al valore che da sola ti dai.
Adesso che hai una casa un uomo e una reputazione,
padrona, padrona anche del tuo padrone.
Vorresti che ti seguissi nel goder con distinzione
di tutti i frutti della vita, quasi quasi anche quelli colti da altre dita.
No, non sei più tu.
E la memoria impertinente mi riporta là
a una ragazza fra la gente smagliante di libertà.
Le parolacce le risate le corse e poi tu mia
se fossi un altro uomo direi: poesia.
E quando con un salto tu sei piombata tra le braccia mie
ti sei spogliata senza trovare né scuse né bugie
e quando per scherzare dissi "Quanto vuoi?"
Tu rispondesti seria "L'amor che puoi!".
La disinvoltura che adesso tu hai
ha come radici gli spiccioli miei.
Le mura di un castello hai alzato intorno a noi
e olio bollente sugli altri getti ormai.
Scegliendo i nostri amici un computer diventi per l'occasione
e chi hai scartato per te è un barbone.
Mi offri la fedeltà su un piatto decorato di mille attenzioni,
come dire "hai comprato e ora godi le tue prigioni".
Vola la mia mente a qualche anno fa
a una esplosione dirompente di vitalità
a quando per punir quel moralista dell'ultimo piano
tu improvvisamente gli mostrasti il seno!
E quando ancor piangendo per l'emozione tu
cantando Fratelli d'Italia gridasti "io non ti lascio più!"
e la violenza con la quale mi abbracciasti un giorno,
un giorno quando non conoscevo questo rosa inferno."

(Lucio Battisti, 1973)

Da un paio di giorni mi frulla in testa questa bella canzone, e così -in attesa di postare un capitolo un po' più serio che ho anch'esso in gestazione nel frullato della mia testa- la propongo alla vostra attenzione.

albatros900
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venerdì, 24 novembre 2006

 
Annuncio di servizio:
Pubblico la data di un'iniziativa a cui siete tutti invitati, organizzata da un comitato di cui faccio parte, per la nascita e la difesa di un Parco all'interno di un'area periferica di Roma, che si vorrebbe evitare finisse in mano a palazzinari e costruttori di ipermegacentricommerciali!
La lotta è dura, ma.....
FINALMENTE IL PARCO
 
Domenica 26 novembre 2006
  
Ore 10.00
  
Largo Fausta Labia - Via Rosetta Pampanini
  
Il Comitato per il “Parco delle Sabine”
con la partecipazione delle scuole :
 
”Albertazzi”,“Chiovini”,"De Gasperi”
"Disney”, "Frank”, “Nobel ”, “Magnani”, "Majorana”
"Piaget”, "Manzi”, "Toscanini”, "Vico”, "Verri”.
 
INVITA  I  CITTADINI  A :
  
­- Conoscere i progetti esecutivi del Parco delle Sabine approvati dal Comune di Roma;
- Visitare la mostra fotografica della storia del Comitato;
- Visitare i lavori già eseguiti e in corso d’opera.
albatros900
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mercoledì, 22 novembre 2006

Un grande equivoco.

Si parla molto, in questi ultimi tempi, sul tema della “reciprocità” in campo religioso e culturale. E se ne sentono davvero delle belle. Tra i tanti spunti che gli infiniti dibattiti, editoriali, saggi (saggi?), etc. suscitano in tal senso, vorrei soffermarmi brevemente su un aspetto, o meglio su un punto di vista. Quello cattolico, o se vogliamo più ampiamente cristiano. Premetto che sono cristiano, tanto per precisare che la mia non è la solita, qualunquistica “tirata” anticlericale. Ma è altrettanto chiaro che proprio un cristiano sia il primo a (dover) soffrire del travisamento e della strumentalizzazione che del suo credo viene fatta da chi dichiara di appartenervi. E’ piuttosto agevole constatare come da parte di molti la religione di appartenenza venga di volta in volta percepita e/o utilizzata come “arma” di difesa o di offesa nei confronti di chi segue un altro credo. E qui, venendo alla riflessione che vi propongo, spuntano le questioni curiose. Molti pseudo-cattolici, soprattutto dell’area politica, si affannano a spendere fiumi di parole su questo tema della reciprocità. Ovvero, detto in soldoni –e mi perdoneranno lorsignori se banalizzo così brutalmente cotanto illuminato parto di loro coscienza: se tu, musulmano, mi rispetti, io ti rispetto; se tu non mi rispetti, io ti rifiuto (nelle varie forme possibili). Se questo concetto lo afferma una persona che ragiona da un punto di vista non-cristiano, nulla da eccepire, è umano pensarla così, non nascondiamocelo. Il bello, però, viene quando un simile concetto lo esprimono personalità che si dichiarano pubblicamente “cristiane” (in una trasmissione televisiva perfino un sacerdote). Costoro osano -sì, osano, perché di temerarietà si tratta- associare questo ragionamento al messaggio cristiano. Andando alla banale radice semantica, ‘messaggio cristiano’ vorrebbe precisamente dire “messaggio di Cristo”, che costoro si fregiano di seguire. Ora, non c’è bisogno di essere grandi mistici per capire che il messaggio, e la vita stessa di Gesù di Nazareth, hanno testimoniato esattamente il capovolgimento del principio di “reciprocità”! Ve lo immaginate il povero cristo che apostrofa i suoi conterranei con parole del tipo “Allora, ragazzi, patti chiari, amicizia lunga: io su quella croce ci salgo mica, se in cambio non credete alle mie parole”; oppure: “Padre, fùlminali, perché non sanno quello che fanno”. E’ talmente lapalissiano che il messaggio di Cristo è rivoluzionario (e splendido, dal mio punto di vista) proprio perché abbatte finalmente la reciprocità. Io posso amarti a prescindere dal fatto se tu mi corrispondi o meno. C’è un brano evangelico, in questo senso, che non è troppo noto e soprattutto è solitamente frainteso (Matteo XVIII, 15-18), in cui Gesù, a proposito della correzione fraterna, conclude dicendo “...Se costui non ascolterà neppure l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”. Molti intendono sbrigativamente: chi non accetta la correzione (è quindi “diverso” da noi), va lasciato al suo destino. E’ esattamente il contrario: se uno è diverso da te, e poniamo pure che sia nell’errore, se non riesci a farlo cambiare, te lo prendi così com’è. Alla faccia della reciprocità! La conclusione della mia riflessione è questa: siccome non è verosimile che chi sbandiera la reciprocità come concetto cristiano da opporre all’Islam, non sappia queste cose, la ragione per cui se ne parla tanto probabilmente è dovuta a un fatto ancor più grave e, permettetemi, anti-cristiano: la questione identitaria. Ovvero, l’utilizzo della religione (cristiana) come fattore di identità quasi in termini patriottici (gli idioti della Lega addirittura la usano in termini padani!), militareschi, esclusivisti. Insomma l’esatto contrario del messaggio che a parole si preoccupano tanto di proteggere da fantasiose quanto improbabili “invasioni turche”. (Ma questo è argomento che merita altro post). Come direbbe un ex presidente della Repubblica, “IO NON CI STO”, non è questo il cristianesimo che cerco di seguire io. Io credo nella religione che unisce, non in quella che divide.

albatros900
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venerdì, 17 novembre 2006

fiorenza a rovescio...un po' così, come la mia vita, confusamente sottosopra, a volte riflessa nelle vite di chi incontro...forse sto guardandovi da sotto la superficie dell'acqua.

Ringrazio F. per la foto.

albatros900
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sabato, 11 novembre 2006

In my darkness.
Seduto sulla riva della mia oscurità,
ho visto passare in malinconico corteo
le immagini della mia vita.
Scorrevano placide
sulla corrente del fiume della Ricordanza,
e sembravano salutarmi da un tempo
lontano ma profondamente e unicamente mio.
Ho visto passare il sonno nel letto grande della mia infanzia,
il dolce che mangiavo nascosto nell’armadio,
protetto da occhi indiscreti,
vegliando sul mio piccolo segreto goloso!
Ho visto le partite a carte sul terrazzo di mia nonna,
mentre l’estate sembrava gridare,
nell’ultima ora del meriggio, che sì,
la felicità era lì, proprio lì
e tutta per noi due.
Ho sentito il suono delle chitarre elettriche del mio primo concerto da adolescente:
i Pink Floyd, stadio Flaminio.
Mi ha accarezzato il soffio del vento toscano
sulle valli desolate dei calanchi.
Ho visto il bacio sulla spiaggia.
Il cielo riflesso sulla corrente del fiume,
e il fiore chinato a sfiorarla
quasi Narciso.
Ho visto la luna e l’amicizia.
Le lacrime d’amore hanno rigato il mio viso, ma erano dolci adesso
(e forse lo erano anche allora).
Ho visto la notte, la tenebra, il cupo dispiegarsi di una solitaria fuga
verso un mondo diverso.
Ho ascoltato il canto dei grilli, i passi dei monaci, il silenzio del vagabondo,
il sorriso strappato alle ferite del clochard.
Poi l’acqua si e’ increspata ed ecco comparire tutti i volti.
I volti della mia vita. I volti amati, i volti cercati, i volti perduti, i volti offesi,
i volti scuri, i volti chiari,
i volti mai visti.
Le lacrime, le grida, la gioia, i silenzi.
Volteggiando nel riflesso i voli del gabbiano,
e le sue ripetute cadute.
L’eco di tracce lontane eppure vicinissime.
Oh, quanto era bello quando non c’era dolore,
non c’era paura,
si camminava attraverso i verdi campi,
e il tramonto abbagliava i miei occhi.
Un’immagine ispirata mentre ascoltavo di notte una canzone ‘gotica’, “Forever” degli Stratovarius. E volavo. Follemente. Meravigliosamente. Solitariamente. Io ero totalmente…mio!
albatros900
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temi : ricordi, vita, emozioni

venerdì, 10 novembre 2006

La visione dell’albatro.
“Ma è certo che l’andare e il cercare e gli incontri appartengono in qualche modo ai misteri dell’Eros. E’ certo che sul nostro tortuoso cammino noi non solo veniamo sospinti avanti dalle nostre azioni, ma sempre attirati da qualche cosa, che sempre sembra aspettarci in qualche luogo ed è sempre velata. C’è qualcosa del desiderio d’amore, della curiosità dell’amore nel nostro procedere, anche quando cerchiamo la solitudine della foresta o il silenzio degli alti monti o una spiaggia deserta, a cui il mare come una frangia d’argento si strugge in un sussurro sommesso. A tutti gli incontri solitari è mescolato qualcosa di molto dolce, e fosse anche solo l’incontro con un grande albero solitario o l’incontro con un animale della foresta, che s’arresta in silenzio e dal buio ci guarda. A me sembra, non è l’abbraccio, ma l’incontro la vera decisiva pantomima dell’amore. Qui tutto è possibile, tutto in movimento, tutto disciolto. Qui è un cercarsi ancora senza brama, una ingenua mescolanza di confidenza e timidezza. Un saluto è qualcosa d’infinito. Dante data la sua Vita Nuova da un saluto che gli fu concesso. In questo non so dove, in questa richiesta indefinita eppure appassionata, in questo grido dell’estraneo verso l’estranea sta la potenza. L’incontro promette più che l’abbraccio non possa mantenere. Esso sembra, se così posso dire, appartenere a un ordine di cose più alto, a quell’ordine, secondo cui si muovono le stelle e si fecondano l’un l’altro i pensieri. Ma per una fantasia molto audace l’incontro è già l’anticipazione dell’abbraccio. Il mistero dell’abbraccio e il mistero del volo".
(Hugo von Hofmannstahl, Die wege und die begegnungen. Wien 19.5.1907)
Tra le tante esposizioni possibili sul tema dell'amore e dell'incontro, oggi in biblioteca mi sono imbattuto in questa folgorante pagina, che voglio condividere con i miei ventisei lettori. Essa descrive (quasi) perfettamente le mie idee in proposito. Ho voluto, dunque, lasciare la parola a chi meglio di me saprebbe esprimerle. E farlo mio portavoce, da anni lontani.
incontro di gabbiani
albatros900
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giovedì, 09 novembre 2006

La semplicità della bellezza. O dell'amor naturale.

"Omnibus una quies operum, labor omnibus unus:
mane ruunt portis; nusquam mora; rursus easdem
vesper ubi e pastu tandem decedere campis
admonuit, tum tecta petunt, tum corpora curant;
fit sonitus, mussantque oras et limina circum.
Post, ubi iam thalamis se composuere, siletur
in noctem fessosque sopor suus occupat artus."

Publius Vergilius Maro, Georgica, liber quartus

(Per tutti è uno solo il riposo dalle
fatiche, il lavoro è uno solo per tutti: al mattino si precipitano
fuori dalle porte, in nessun luogo c'è indugio; quando
di nuovo la sera ordina alle stesse di abbandonare finalmente
il pascolo nei campi, allora si rifocillano; si sente un ronzio,
e ronzano intorno alle entrate e sulle soglie. Poi, quando
ormai si sono sistemate nelle camere, c'è silenzio nella notte, e
un sonno meritato si impadronisce delle membra stanche).

Nella semplice fertilità di vita delle api cerco ancora una ragione di vita, un respiro, un battito che mi faccia vibrare. E trovo tutto questo. Posandomi ad ascoltare, in silenzio, il pulsare continuo della Vita.

Hans.

semplicità della bellezza

albatros900
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lunedì, 06 novembre 2006

Lo svilimento dello svelamento.

Osservando la moda attuale, c’è una cosa che mi salta agli occhi immediatamente. E credo possa esserne definita una caratteristica (non casuale) a tutti gli effetti: si scopre eccessivamente ciò che dovrebbe restare nascosto; si copre eccessivamente ciò che dovrebbe restare visibile. Mi riferisco, nel primo caso, a brandelli di corpo e intimità mostrati senza alcuna, non voglio neppure dire decenza, ma almeno “eleganza”, nel senso più alto del termine; nel secondo caso, mi riferisco agli occhi. Come è evidente a chiunque si trovi, nella sua giornata, a mettere il naso fuori casa per almeno cinque minuti, la moda attuale impone alle donne, ma anche agli uomini, di mostrare quanto più possibile mutande (con relativa griffe, naturalmente. E mi viene un po’ da ridere a pensare come questa ridicola moda costringa i malcapitati maschietti a spendere anche 40 euro per indossare un capo che…sì…insomma…sappiamo dove va a finire, letteralmente!), brandelli di carne più o meno in sovrabbondanza, esposizione sfrenata di intimità. Se c’è una cosa, fra tante, che mi piace in una donna è il suo velarsi di mistero (e il saperlo/poterlo fare di gran lunga più di noi uomini), il suo celare la bellezza perché non sia subito còlta, subito e in tutto svelata, e il fatto che certi particolari del corpo siano quasi dono a un’intimità raggiunta. Tutto, invece, è come in un supermarket, dove tutto è a un buon mercato, in saldo, prezzi esposti, merce in vista, approfittate delle occasioni. Questa sovra-esposizione del corpo può, nella migliore delle ipotesi, suscitare un’effimera eccitazione, che dura il battito di un ciglio, per poi perdersi appunto nello svilimento dello svelamento (scusate il gioco verbale). Allo sguardo condiviso c'è il rischio che subentri lo sguardo rubato. Per quanto mi riguarda, non è la bellezza che cerco, questa. Non è la sensualità che mi conquista, questa. E arriviamo al secondo punto, che personalmente trovo ancora più insopportabile del primo alla vista. Questo esercito di “mosconi” che sciamano da mane a sera per le strade, sui mezzi pubblici, perfino nelle gallerie semibuie del metrò. Mi riferisco alla moda degli occhialoni scuri, che impazzano, e coprono ormai non solo gli occhi, ma ampie parti del viso. Se c’è una cosa che mi impedisce di parlare agiatamente con una persona, è quando il mio interlocutore indossa occhiali da sole. Se non posso guardare negli occhi la persona con cui dialogo, è come se stessi parlando ad un manichino. E’ un mio limite, per carità; ma tanto ritengo importante lo sguardo di una persona, che privandomene, è come se restassi privato di una parte essenziale del suo essere (e del suo “apparire”). Sia nel caso della sovra-esposizione dei corpi, sia nel caso della sotto-esposizione degli occhi, trovo ci sia un vizio di fondo dell’essere umano, che forse questi tempi incentrati sull’immagine esasperata amplificano. Senza voler fare né il sociologo (cioè, il nullologo), né il bacchettone (cioè, il “vorrei-anch’io-ma-non-posso-quindi-me-la-prendo-con-chi-può”), né il vecchio rompipalle (credo di non essere né l’uno né l’altro), credo il vizio risieda nella tendenza a mostrare parti di sé in maniera in-essenziale, lasciando nascosta, invece, l’essenza più profonda; nella tendenza a credere che la forza, la qualità, il valore, la dignità di una persona si rivelino esclusivamente sulla base di quello che di lei appare, e quanto più appare aggressiva, tanto più le difese contro gli altri sono efficaci, e quei valori attestati e certificati. Tutto questo, non essendo appunto un moralista, non mi indigna, piuttosto mi addolora. Mi addolora che gli uomini abbiano ancora bisogno di credere che un paio di occhiali da sole rendano più “machi”, più cattivi; mi addolora che le donne abbiano bisogno di credere che se non mostrano le mutande dai pantaloni, non sono sufficientemente attraenti per i maschietti; mi addolora che sia la forza (presunta) a segnare il discrimine tra la dignità e l’indegnità, piuttosto che la debolezza. Mi addolora che si debba uscire di casa muniti ognuno della/e propria/e maschera/e, quando invece si può gustare l’ebbrezza davvero dirompente di essere di fronte all’altro (all’amico, all’amante, al fratello) esattamente per quello che si è. Mi addolora che ci siano persone che non si lasciano guardare negli occhi, perché sono certo che hanno anch’esse grandi ricchezze, che restano però nascoste. Per paura del giudizio, per paura degli errori, per paura, insomma, di non essere amati. E di fronte a questa paura, provo sofferenza, perché la comprendo. Nel mio piccolo, evito gli occhiali da sole. Voglio che chi incrocia il mio cammino possa guardarmi negli occhi, e sulla base di uno sguardo vero, decidere se proseguire o meno il cammino con me.

albatros900
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venerdì, 03 novembre 2006

"The poet in his lone yet genial hour

gives to his eyes a magnifying power:

or rather he emancipates his eyes

from the black shapeless accidents of size.

His gifted ken can see

Phantoms of sublimity."

S. T. Coleridge, Apologia.

(Nell'ora sua geniale e solitaria

il poeta ai suoi occhi conferisce

un gran potere:

il potere di magnificare, o meglio

egli libera i suoi occhi dai neri informi accidenti dei contorni.

così accade che egli veda

Fantasmi di sublimità).

Alla nave che ha ospitato il volo dell'albatros.

Hans

albatros900
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giovedì, 02 novembre 2006

Un viaggio in Smart.
Ieri nel tardo pomeriggio ho fatto due passi in Centro. Aria di giorno festivo. Gente elegante, tirata a lucido per l’occasione. Allegria, non so quanto forzata, apparente. Poco importa. Tutti, o quasi, hanno l’aria di aver da fare cose molto importanti, urgenti (“ma come? E’ festa…”). E’ festa, è vero, ma quelli che incrocio per le stradine del Centro sembrano comunque andare di fretta. Ed io, più fretta respiro intorno a me, più rallento la mia andatura. Finché finalmente mi fermo. Ho trovato un gradino sufficientemente rialzato dal piano della strada, la saracinesca del negozio è chiusa. Rimango così, ad osservare le persone che sfilano per la viuzza. Alla mia destra ci sono i tavolini di un bar che occupano per intero lo stretto marciapiede. Ad un tratto un cameriere esce dal bar, lanciandomi un’occhiata, come a dire “Ehi, tu, perché non ti sposti da lì? Non vedi che sei fuori scena? Sembri un vagabondo, mi rovini il quadro del locale. Metti che vengono degli avventori eleganti…si guardano intorno, ti vedono così, seduto per terra, con l’aria un po’ assente…magari pensano tra loro ‘Non sarebbe meglio fermarsi in un posto meno trasandato?’. E a quel punto che faccio, perdo dei clienti! Tanto tu puoi oziare ovunque…dai, per favore tròvati un altro angolo, da bravo…”. Mi guardo… ”Ma non sono vestito così male! Mah, sarà la faccia…”. Dopo un po’ di tempo che sono lì fermo, alla faccia del cameriere preoccupato, esce da un portoncino alla mia sinistra, una ragazza sulla quarantina, molto elegante. Anche lei sembra avere fretta come molti dei pedoni. Si dirige con rapidità alla sua Smart parcheggiata davanti a me, punta le chiavi verso la vettura, che occhieggia sibilando. In mano tiene una piccola valigetta e una sporta di cartone (la busta di un negozio, suppongo). Apre con gesti meccanici il portello posteriore della Smart…tlac a destra, tlac a sinistra, et voilà, si scopre l’interno del mini bagagliaio. Dentro ci sono due buste ancora più piccole, sempre di cartone. Infila la valigetta, richiude la macchina che di nuovo occhieggia di giallo. Rientra nel portone di casa, e subito ne riesce con un’altra valigia, stavolta più grande. Riapre la macchina, e l’accomoda sempre nel bagagliaio. “Cavolo, ma non è così piccolo il bagagliaio della Smart!”. Ha l’aria di andare fuori Roma. Credo vada a trovare un uomo, forse il suo uomo. Con lui passerà il ponte del primo novembre. Mi colpisce la precisione con cui sistema i suoi bagagli, e la perfezione con cui stanno dentro a una macchina così piccola. Come mai io non riesco mai a far quadrare le misure della mia vita? Come mai le cose non si incastrano mai tra loro con la precisione geometrica di una Smart? Come mai sembra sempre tutto in disordine, e c’è sempre un bagaglio “fuori misura”?
albatros900
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