venerdì, 26 gennaio 2007

Lontano lontano. In ricordo di Luigi Tenco.
Il 27 gennaio del 1967, in circostanze ancora avvolte nel mistero, muore uno dei ‘poeti’ della canzone italiana d’autore, Luigi Tenco. Sul limitare di metà secolo scorso, in un panorama musicale che risentiva ancora delle atmosfere “ingessate” delle canzonette anni ’50, (quasi) tutte violini e rime…agghiaccianti, spuntava il primo di altri astri che avrebbero in séguito illuminato la scena musicale, dandole una decisa svolta di qualità. Non voglio qui fare un ritratto di Tenco, ma solo rendere un omaggio a quello che considero uno degli artisti più sensibili, ispirati e bravi della musica italiana, e con ciò –se possibile- incuriosirne i miei lettori. Certo, anche lui è passato per la canzonetta di genere, soprattutto all’inizio della carriera (Goethe diceva che ogni artista, per quanto grande, resta pur sempre figlio della sua epoca), ma scrivendo in séguito tutt’altro tipo di testi. Ha scritto canzoni di protesta (Cara maestra, E se ci diranno, Ognuno è libero, Io sono uno, Li vidi tornare, prima versione di quella che sarà la sua ultima esecuzione, Ciao amore ciao), canzoni d’amore (Se stasera sono qui, Quando, Lontano lontano, Mi sono innamorato di te, Angela, Io sì, Vedrai vedrai, che –a dispetto di quanto si possa pensare- non è dedicata all’amata, ma alla madre), canzoni di delicata nostalgia, evocanti situazioni e quadri quasi surreali, eppure profondamente eloquenti (In qualche parte del mondo, Il mio regno, Come mi vedono gli altri, La mia valle). Ho sempre legato la mia personale immagine di Tenco ad un altro grande autore piemontese, Cesare Pavese; forse suggestionato dalla fine comune di entrambi. Genovese di adozione, Tenco ha sempre mantenuto un legame forte con le sue radici monferrine, con la tenacia e una certa bonaria rusticità piemontese, valligiana direi. Ricaldone, suo paesello d’origine, con la semplicità genuina della vita di campagna, campeggia qua e là nei suoi testi. Le sue canzoni migliori esprimono, in sintesi, un mondo a mezzo tra il reale e il sogno, tra il visto e il visionario. Forse per questo le amo tanto! Fu lui a scoprire e incoraggiare gli inizi musicali di uno dei suoi più cari amici, un certo Fabrizio De André, di cui cantò splendidamente la Ballata dell’eroe. Questi, ricambiò la cortesia, dedicandogli, all’indomani della tragica morte, una delle sue più belle canzoni.
 

Se un giorno tu
verrai via con me
amore mio
andremo insieme a vivere là
nella mia valle
dove ho imparato ad amare il sole
perché fa crescere l'erba nei prati
dove ho imparato ad amare la pioggia
perché fa crescere l'acqua nei pozzi.

Se un giorno tu
verrai via con me
amore mio
andremo insieme a vivere là
nella mia valle
dove la gente lavora i campi
dalla mattina sino alla sera
senza problemi per il vestire
e con la barba sempre da fare.

Se un giorno tu
verrai via con me
amore mio
andremo insieme a vivere là
nella mia valle
e se quel giorno tu non verrai
io dovrò piangere ma andrò da solo
perché se un giorno dovrò morire
voglio morire nella mia valle.
La mia valle
(testo di L. Tenco su musica di P. I. Čajkovskij)
(ringrazio l’amico Wil per il contributo "tecnico")
albatros900
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martedì, 23 gennaio 2007

Le cinque cose.

Rispondendo all’affettuoso invito dell’amico Wil, ecco le mie cinque cose “segrete”.
1.Passeggiando un mattino assolato lungo le rive del Tevere, laddove esso scorre poco fuori della Città, seduto su una panchina ho visto in lontananza un uomo vestito malamente, che borbottava tra sé. Avvicinatomi, gli ho rivolto uno sguardo di saluto, e da lì è iniziato un dialogo che ci ha portati a percorrere un tratto di strada fianco a fianco, discorrendo dei più svariati temi.
2.Ho conosciuto una ragazza sull’IR Falconara Marittima-Roma, senza rivolgerci neppure una parola e senza aver mai sentito, per tutto il tragitto, l’uno la voce dell’altra. Il nostro dialogo è avvenuto attraverso uno scambio fitto di parole scritte dapprima sul retro del biglietto ferroviario, proseguendo poi con pezzi di carta di fortuna, tra lo stupore e l’incredulità degli astanti. Beata magia del mistero: solo al successivo abbocc….appuntamento, ci siamo finalmente parlati!
3.Ho restaurato con mio fratello, pezzo a pezzo, il casaletto in Toscana, rendendolo un’oasi al tempo stesso rustica e tecnologica.
4.Quando ero piccolo, circa sei anni, tornando a casa notavo sui muri delle strade degli strani segni che si ripetevano quasi ossessivamente. Un giorno, preso da un raptus, nonché dalla ben nota tendenza mimetica del fanciullo, presi a ricopiare quei segni dappertutto in casa: sulla tazza del water, sul tavolo da disegno di mio padre, sulla pagella, appena arrivata!, di uno dei miei fratelli più grandi (vedi sopra). I miei genitori non furono particolarmente lieti di ritrovarsi circondati da svastiche naziste.
5.“Agnetska, questa sera io pagherò il prezzo della tua libertà. Questa sarà una sera diversa per te. Questa volta non dovrai dare nulla, ma solo ricevere. Ti porterò a cena, poi andremo a vedere un bel film in bianco e nero, e infine passeggeremo per le strade ormai silenziose della città, e nessuno accosterà per costringerti a fare ciò che non vorrai. Per una sera, sarai una donna libera, io sarò un uomo libero e insieme, per una sera, sogneremo che questo sogno può durare una vita (nuova)”. Agnetska è una delle tante schiave che occhieggiano dai marciapiedi delle nostre strade.
Due di queste cinque cose sono avvenute realmente; le altre tre sono sufficientemente verosimili perché possano avvenire un giorno.
albatros900
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sabato, 20 gennaio 2007

"...Lo sanno a memoria il diritto di Dio,

e scordano sempre il perdono..."

(Fabrizio De André, Il testamento di Tito)

albatros900
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temi : vita

giovedì, 18 gennaio 2007

In ignota iacebis harena.
Per bilanciare la pericolosa deriva anglofona che ha còlto alcuni miei amati lettori (e signorine!), ecco un po' di poesia dai secoli passati...
"Hic patris Aeneae suspensam blanda vicissim
gaudia pertemptant mentem; iubet ocius omnis
attolli malos, intendi bracchia velis.
una omnes fecere pedem pariterque sinistros,               
nunc dextros solvere sinus; una ardua torquent
cornua detorquentque; ferunt sua flamina classem.
princeps ante omnis densum Palinurus agebat
agmen; ad hunc alii cursum contendere iussi.
iamque fere mediam caeli Nox umida metam               
contigerat, placida laxabant membra quiete
sub remis fusi per dura sedilia nautae,
cum levis aetheriis delapsus Somnus ab astris
aera dimovit tenebrosum et dispulit umbras,
te, Palinure, petens, tibi somnia tristia portans               
insonti; puppique deus consedit in alta
Phorbanti similis funditque has ore loquelas:
'Iaside Palinure, ferunt ipsa aequora classem,
aequatae spirant aurae, datur hora quieti.
pone caput fessosque oculos furare labori.               
ipse ego paulisper pro te tua munera inibo.'
cui vix attollens Palinurus lumina fatur:
'mene salis placidi vultum fluctusque quietos
ignorare iubes? mene huic confidere monstro?
Aenean credam (quid enim?) fallacibus auris               
et caeli totiens deceptus fraude sereni?'
talia dicta dabat, clavumque adfixus et haerens
nusquam amittebat oculosque sub astra tenebat.
ecce deus ramum Lethaeo rore madentem
vique soporatum Stygia super utraque quassat               
tempora, cunctantique natantia lumina solvit.
vix primos inopina quies laxaverat artus,
et super incumbens cum puppis parte revulsa
cumque gubernaclo liquidas proiecit in undas
praecipitem ac socios nequiquam saepe vocantem;               
ipse volans tenuis se sustulit ales ad auras.
currit iter tutum non setius aequore classis
promissisque patris Neptuni interrita fertur.
iamque adeo scopulos Sirenum advecta subibat,
difficilis quondam multorumque ossibus albos               
(tum rauca adsiduo longe sale saxa sonabant),
cum pater amisso fluitantem errare magistro
sensit, et ipse ratem nocturnis rexit in undis
multa gemens casuque animum concussus amici:
'o nimium caelo et pelago confise sereno,               
nudus in ignota, Palinure, iacebis harena’.
 Publius Vergilius Maro, Aeneis V
(Amici, vi voglio bene!).
albatros900
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mercoledì, 17 gennaio 2007

On the run.
L’estate prossima voglio fare un viaggio negli Stati Uniti. Ci sono moltissimi luoghi nel mondo, in cui desidererei andare; ma ora voglio questo. Quando parlo di Stati Uniti, mi riferisco in particolare ad alcune immagini viste centinaia di volte nei film; ed io proprio lì, in qualche luogo che rispecchi quelle immagini, voglio andare. Qualche titolo: La febbre dell’oro, Broken flowers, La rabbia giovane, Intrigo internazionale, Kill Bill, Hazard.
 way to infinity
Quegli sperduti villaggi di minatori, fatti di case di legno, depositi per attrezzi, polvere e fatica. Le gole immense del Canyon. Le Highway. In questi giorni, la mia ricorrente colonna sonora sono canzoni americane che spaziano da Bob Dylan (appena arrivo, la splendida Hurricane) a Bruce Springsteen (The river, Nebraska, The ghost of Tom Joad) dagli Eagles (The long run. Appunto) ai Creedence Clearwater Revival (Suzie Q), da Neil Young (Harvest) a Lou Reed. Note eterogenee, ma perfetta colonna sonora per questa peregrinazione. Colorado, Nebraska, Montana; poi California, New Mexico, Ohio. Voglio ampi spazi davanti a me. Anzi, non ampi: immensi. A perdita d’occhio, e di fiato. Viaggiare. Viaggiare. Nutrire gli occhi e la mente di paesaggi totalmente “altri”. Mangiare in qualche bettola per minatori, la notte ascoltare solo il concerto dei grilli (ci saranno, lì, i grilli?), le luci lontane, o assenti addirittura. E al mattino, di nuovo via verso nuove mète.
four runner
Non voglio l’america sfavillante del potere, delle banche, delle multinazionali. No. Voglio l’America dei paesaggi, della povertà, del lavoro. Non voglio essere un turista, voglio essere un viaggiatore. Un pellegrino della varia umanità, tra la varia umanità. Dunque, nessuna agenzia di viaggio potrà mai organizzarmi un viaggio del genere. Sarò io ad averlo sognato, io a portarlo avanti. Ma non da solo.
 the river
"...down to the river, my babe and I..."
albatros900
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lunedì, 15 gennaio 2007

Antefatto terzo. La televisione.
Con un po’ di ritardo, completo la trilogia dedicata alle mie incursioni nel mondo dello spettacolo. Per chi avesse perso i precedenti capitoli, troverà il teatro, il cinema parte prima e il cinema parte seconda.
E’ iniziato tutto “per caso”, anche stavolta. Un mio amico lavorava come pubblico in una trasmissione televisiva satellitare, così un giorno mi invitò come partecipante ad una sorta di quiz. Mosso da curiosità, più che dal modesto guadagno, mi recai negli studi televisivi che si trovavano nell’estrema periferia romana. Mi divertii, e pensai chiusa lì la cosa. L’anno successivo, quando stavano facendo il “cast” del pubblico per la nuova trasmissione, una sorta di talk show dei poveri, venni ricontattato per prendervi parte. Devo dire che ero un po’ titubante; ma…cercavo lavoro e quello era un lavoro! Voglio precisare che il pubblico di quella trasmissione era parlante, quindi un minimo di interesse poteva suscitarlo. Noi pochi ragazzi e ragazze seduti tra gli ospiti dovevamo di tanto in tanto intervenire ponendo loro delle domande. Spesso, dico la verità, non ce ne fregava niente delle risposte. Lo scopo primario era mantenere il posto; e il posto si manteneva appunto essendo reattivi, stimolanti, curiosi (quantomeno fingendo d’esserlo). Poiché le puntate erano centinaia, i poveri autori del programma dovevano inventarsi praticamente una puntata su qualsiasi argomento possibile, da tematiche letterarie alla storia dell’olio. Ricordo una puntata mitica. Titolo: il vento! Voi capite che intrattenere chiacchiere per un’ora e mezza sul vento, o sulle risoluzioni dell’ONU, o sul ruolo delle penne a sfera nella vita degli studenti, rappresenta un’imperdibile occasione per esercitare la propria creatività. L’aspetto più bello di questa lunga esperienza -sono stato riconfermato per quattro stagioni consecutive, pensate che creatività possiedo!-, è stato la possibilità di incontrare e conoscere scrittori, registi, artisti in genere, con alcuni dei quali sono rimasto poi in contatto (primo fra tutti il mio regista italiano preferito, Franco Piavoli!). Aneddoti divertenti ce ne sono a iosa. Cito qua e là. Nelle ultime edizioni del programma, che nel frattempo aveva cambiato conduttrice, titolo, e, parzialmente, redazione, era previsto una sorta di “Angolo della posta” condotto da una ragazza biondissima. Costei, forse perché mi conosceva, o forse perché io ero tra i maggiori interventisti (senza alcun riferimento a tematiche militari), di solito interpellava me per chiedere l’opinione sulla lettera appena letta. Quel giorno si parlava di “qualcosa di sfizioso che fai di notte”. Sorvolando sugli eventuali impegni intimi, si finì a parlare di cibo…io dissi che mi capitava, la notte, rientrando a casa magari da un’uscita, di mangiarmi una carota cruda…al che, l’assistente di studio, di fronte a noi e ovviamente celato alle telecamere, scrisse sulla sua lavagnetta *** Bugs Bunny *** (gli asterischi stanno per il mio nome). Io scoppiai a ridere. La simpatica conduttrice, allora, per…cavarmi d’impaccio pensò di farmi un invito, dicendo: “Allora, oggi l’indirizzo a cui potete scrivermi ve lo dirà *** direttamente dal mio microfono”, e nel contempo mi porse appunto il microfono che …ehm, come dire…insomma si trovava all’altezza del petto. Superata questa scena hard formato satellitare, ci fu lo stacco della pubblicità durante la quale sentii diverse pacche sulla mia schiena da parte degli altri figuranti. Sempre legato a questa ragazza, c’è un altro episodio, che a dir il vero è a latere del programma, ma è rimasto agli annali delle mie figuracce. Le avevo dato un passaggio in macchina. Quando ero sotto casa e stavo per salutarla, mi chiama un mio amico, che l’aveva in particolare antipatia. “Ciao, G.”, “Ciao, come va, dove sei?”, “Niente sto tornando a casa dalla TV, stavo accompagnando un’amica”, “Ah, che sei con quella merda della ***?” [il mio cellulare aveva un microfono piuttosto alto] “Ehm, ora penso di doverti lasciare”, “Ah, sei con quella stronza della ***, quella rottaBiiiip”, “Allora, G, ti saluto e ci sentiamo sicuramente in un altro momento, eh”. Clic. Lei,visibilmente imbarazzata, mi fa: “Era G?”. “Ehm, sì era G…..ehm, ti saluta tanto”. Un’altra volta, si era sotto Natale, in occasione dell’ultima puntata dell’anno, il direttore di produzione ebbe l’infelice (per lui) idea di andare a pranzo in un vicino ristorante, nella pausa tra una puntata e l’altra. Durante l’allegro convito, si sparse la voce che il direttore avrebbe offerto lui il pranzo. Quando tale voce ebbe fatto il giro della corposa tavolata, ci fu un’improvvisa e inspiegabile impennata delle ordinazioni. I camerieri andavano e venivano dalla cucina, increduli e stupiti di quel fatto così singolare. Probabilmente devono aver pensato che qualcuno dei commensali avesse ricevuto, per speciale grazia divina, un’indiscrezione in merito all’ora esatta della fine del mondo, e che tale ora fosse evidentemente imminente. Fatto sta che, al momento del caffè, con la stessa rapidità con cui si era sparsa la voce della generosità del produttore, se ne diffuse la smentita; e con altrettanta rapidità, si verificò l’uscita dal locale dei commensali. Con grave disappunto del produttore, venutosi a trovare nella condizione di dover dar prova di quella stessa virtù di cui, probabilmente, non era in possesso, non dico in generale, ma quantomeno in quella particolare contingenza. Tacerò della volta in cui uno dei ragazzi del pubblico si addormentò durante la registrazione (no, giuro, non era la puntata sul vento!); o della volta in cui il pianista che eseguiva brevi stacchi musicali si impuntò su un brano, senza riuscire ad eseguirlo per ben 5 volte; o della volta in cui un ospite si addormentò (per sempre) mentre la conduttrice lo intervistava: per ironia della sorte, costui era un ex inviato di guerra in Vietnam. Sopravvissuto a quell’inferno, non poté superare la prova della televisione. Una piccola soddisfazione per me, fu tornare, anni dopo aver lasciato il pubblico, dall’altra parte, come ospite di una puntata. Si parlava di biblioteche. L’affetto della troupe, dei ragazzi e delle ragazze rimasti, della redazione, della conduttrice, fu tale che porterò nel cuore quel ricordo. Così come porterò nel cuore la memoria dell’amico I., uno dei veterani di quel programma; con lui, nelle pause, si discorreva degli ultimi film usciti, e si parlava delle nostre passioni cinefile, la nouvelle vague, il muto, i grandi autori. Un incidente stradale, all’età di 25 anni, spezzò il filo di una luminosa vita che gli si annunciava, alla vigilia della partenza per gli Stati Uniti, dove avrebbe partecipato come aiuto regista ad una produzione americana. A lui è dedicato questo piccolo ricordo di vita.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte settima.)
albatros900
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temi : vita

sabato, 13 gennaio 2007

Letture. 1.

da leggere!Un romanzo uscito da poco, che descrive personaggi calati in una ben precisa realtà locale italiana, ma investe di fatto l'universalità dell'essere umano, delle sue pulsioni, delle sue bassezze e della sua nobiltà d'animo e di lotta. Una volta letta la prima pagina, non potrete non arrivare, d'un fiato, all'ultima! Spero che queste poche righe siano state sufficientemente "criptiche" da spingervi a leggerlo, per capirne, e "sentirne", di più.

albatros900
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giovedì, 11 gennaio 2007

"Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.
Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.
Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.
Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento"
Fabrizio De André, Preghiera in gennaio (in morte di Luigi Tenco)
1967.
A Fabrizio De Andrè, nell'anniversario della sua ultima partenza.
albatros900
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martedì, 09 gennaio 2007

Approdi. O della ricerca continua.
I still haven’t found what I’m looking for (“non ho ancora trovato quello che sto cercando”, si potrebbe tradurre), canta il verso di una canzone degli U2. Questo verso mi ha dato modo di pensare…
Per mia abitudine, mi piace creare giochi di parole, rovesciare il senso delle frasi (anche, anzi soprattutto, frasi o luoghi comuni), andare a cogliere il senso nascosto, o una visuale recondita e meno immediata. E’ una delle ricchezze possibili della Parola, una delle attività di Albatros.
Così la mia riflessione è stata: Non ho ancora cercato quello che sto trovando. Di primo acchito, sembra un’assurdità! Come si può cercare qualcosa che si è già trovata? Se l’hai trovata, non la cerchi più! Io, invece, una cosa (persona, sentimento, rapporto, esperienza, etc.) la cerco realmente solo dopo averla trovata. Quando ce l’ho lì, a “portata di vita” per così dire, mi interrogo sul senso e il ruolo che ha per me. Fino ad allora, fin che essa non fa parte della mia vita -e perché ciò avvenga, devo appunto averla già trovata-, non posso conoscerla appieno; e quindi, non posso realmente trovarla. Forse mi posso spiegare meglio con esempi concreti. Poniamo l’annoso problema dell’esistenza di Dio. Ho avuto il sentore (penso non si possa azzardare di più, in un simile Incontro!) della presenza di Dio, quando mi sono accorto di averlo in qualche modo già incontrato. Prima, come dire?, ne sentivo l’assenza, ma non lo cercavo davvero. Anzi, il respingerlo al di fuori della mia vita, era un segno di una non corretta, ma genuina, ricerca. La “vera” ricerca è iniziata nel momento in cui….l’ho trovato. E ancora sto cercandolo. Anche per ciò che può riguardare l’ambito sentimentale, la persona giusta si comincia a cercarla (scoprirla, scovarla, conoscerla quindi), solo dopo averla trovata. Prima, è un’ingannevole ricerca, che crea mille inciampi, mille cambi di rotta, e in sostanza mille sofferenze. Le quali, certamente, vi saranno anche dopo; ma saranno fertili, fruttifere, salutari anche. D’altra parte, posso azzardare che un rapporto, di qualunque tipo esso sia, lo si trova, non lo si cerca! Che ne sarà, allora, della Parola evangelica Cercate e troverete? Non vorrei mettermi in discussione con il Supremo, per carità, ma nella mia vita trovo vero questo insegnamento nella misura in cui un incontro sia già avvenuto. Non prima. E’ allora, credo, che il vero viaggio inizi, la vera ricerca inizi, la vera mèta possa essere intravista.
Hans.
albatros900
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martedì, 02 gennaio 2007

Una donna. A mo' d'augurio.
Il 1° gennaio di quattro anni fa, moriva uno dei protagonisti più interessanti, motivati e affascinanti della scena musicale italiana: Giorgio Gaber.
Le sue canzoni di battaglia hanno raffigurato il coraggio della lotta, “l’ottimismo della volontà”, la speranza di partecipare alla costruzione di un altro mondo possibile; e, a differenza di molti, non ha avuto paura di affermare anche le sconfitte sue e della propria generazione, e ciò facendo, renderle vittorie. Definirlo solo cantante, o cantautore, sarebbe riduttivo. Certo, era l’uno e l’altro. I suoi spettacoli (ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo) erano un’esplosione di vitalità, comicità, rabbia, maestria attoriale, voglia di esserci e di comunicare il proprio mondo. Fedele ad un suo verso (“L’uomo è quasi sempre meglio della propria ideologia”), pur essendo manifestamente schierato a sinistra, ha cantato anche il dubbio della propria “parte”, e il bene che poteva essere nelle diverse posizioni. Per chi volesse conoscerlo consiglierei, tra i tanti album che ha pubblicato, “Pressione bassa”, un autentico capolavoro di testi e musica. Da quest’opera, ho tratto la canzone che segue. Mi piace immaginarla, oltre che come un omaggio nel suo anniversario, anche come augurio mio personale all’inizio di questo anno. “Una donna così”, si avvicina molto al mio ‘ideale’.
 
Una donna fasciata in un abito elegante
una donna che custodisce il bello
una donna felice di essere serpente
una donna infelice di essere questo e quello.

Una donna che a dispetto degli uomini
diffida di quelle cose bianche
che sono le stelle e le lune
una donna cui non piace la fedeltà del cane.

Una donna nuova, appena nata
antica e dignitosa come una regina
una donna sicura e temuta
una donna volgare come una padrona.

Una donna così sospirata
una donna che nasconde tutto
nel suo incomprensibile interno
e che invece è uno spirito chiaro come il giorno.

Una donna talmente normale
che rischia di sembrare originale
uno strano animale, debole e forte
in armonia con tutto anche con la morte.

Una donna così generosa
una donna che sa accendere il fuoco
che sa fare l’amore
e che vuole un uomo concreto come un sognatore.

Una donna che resiste tenace
una donna diversa e sempre uguale
una donna eterna che crede nella specie
una donna che si ostina ad essere immortale.

Una donna che non conosce
quella stupida emozione
più o meno vanitosa
una donna che nei salotti non fa la spiritosa.

E se questo bisogno maledetto
lasciasse in pace i suoi desideri
e se non le facessero più effetto
i finti amori dei corteggiatori
allora ci sarebbero gli uomini
e un mondo di donne talmente belle
da non avere bisogno
di affezionarsi alla menzogna del nostro sogno
.

(Giorgio Gaber, 1980)
albatros900
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