Divertissement.
Riprendo un mio preistorico post per offrirvi un esperimento di cui spiegherò le mosse più sotto.
1. “Ciò ke ò sempre amato d Paperino è il fatto ke riesce a trasportarmi in 1realtà parallela dove ogni scontro sembra appianarsi, o nn esistere x nnt, dove cè 1senso d relax così difficile da provare nella vita reale. A volte cè bisogno d1amaca, 1bibita, 1buon libro, 1albero sotto cui stare e nn fare nnt. Forse leggere o parlare cn qc1, ma anke semplicemente nn fare nnt! Il suo mondo è troppo figo, serenamente malinconico a volte (come me). Lui nn molla mai, ma nn è 1vincente; nn vince quasi mai, ma nn è 1perdente; nn è rikko, ma si può rosicare d nn essere cm lui; nn ne azzecca mai una, ma…se penso a 1possibile immagine della felicità, Paperino potrebbe rappresentarla” (lunatika91).
2. “Quello che metaforicamente mi rende empatica l’immagine simbolico-visiva di Paperino, risiede nell’evenienza che esso possiede la capacità intrinseca di trasferire il mio ego in una realtà parallela (altrimenti, e volgarmente, definibile quale “contingenza”), epperò significante, all’interno della quale regna uno stato cenestetico che annulla ogni contrasto del presente reale. Le dinamiche semantico-prossemiche dello svolgersi contingenziale, già prescrittivamente richiamate appena sopra, producono nell’essere umano una necessità periodica di raggiungere quello stato che il Paperino, appunto, è in grado di procurarmi, e il cui mancato raggiungimento, come facilmente verificabile empiricamente da ognuno, proietta il proprio fascio percettivo razionale in un’introiezione di carattere allucinatorio-depressivo. Il suo mondo è estetico, serenamente chiaroscurale a volte. Egli non demorde mai, eppure non rientra nella sfera dei soggetti autoreferenziali, o altresì anòdini; non possiede l’istintualità belluina della vittoria, ma non per questo è un perdente, così come non dispone delle risorse immediate al fine di intervenire in eventuali acquisti, eppure sarebbe ontologicamente scorretto (e deviante) contrassegnarlo con la cifra semantica del “povero” e in tale categoria annoverarlo. Se dovessi, con un’operazione allusivamente metaforica della percezione cerebral-sensoriale, provare a classificare in un ristretto spettro di possibilità contingenti, la figura della felicità, essa, con rilevante probabilità, sarebbe certamente ascritta a Paperino” (Hermes).
3. “Ciò che ho sempremai amato dei fumetti di Paperino, si è nel fatto che riescano a trasportarmi, con lieve movenza dell’animo intento, in una sorta di realtà parallela, dove ogni più virulento contrasto pare appianarsi come l’onde dall’esaurita corrente, dove troneggia immobile e fiero un senso di quiete, così arduo da giungere nella vita reale. Si sente, talvolta, l’irrefrenabile desìo di un triclinio, di una bibita o un desco leggero, un buon libro, un albero ombroso sotto cui posare le membra, e non fare nulla. Il mondo di Paperino è ammaliante, inebriante come il canto delle cicale in un campo, tinto di oro agostano, malinconico talora come il passeggiare silente per vie solitarie e remote. Egli non mai s’arrende, non mai s’acquieta, eppur mai che possa dirsi sconfitto davvero, né tale nomarlo vorrei. Se nel pensier mi fingo un’imagine della terrena ed efimera letizia, ecco allor che si delinea la sua empatica figura” (VersusInVerso).
4. “Si cè ‘na cosa che me piasce dei fumetti de Paperino è er fatto che me riescheno a trasportà in una specie de reartà parallela, dove nun se litiga, nun se ciancica a vanvera, dove li cristiani nun s’anguilleno peè ffà i furbi e fregatte appena che te metti a novanta gradi. E dio sa quanto ce vole ‘na cosa der genere ar monno d’oggi. A vorte ce sarebbe bbisogno de sdraiasse su ‘na sdraia, cor ponentino, a guardà i fringuelli che canteno, a beve ‘na bira ghiacciata, ascoltasse ‘a partita da Maggggica. Oppure nun fa ‘n c***o! Er monno de Paperino è gajardo, forse ‘n po’ tristo alle vorte, come me pija a me nei giorni strambi. Lui nun molla mai, ma nun è mica ‘n vincente; nun vince nemmanco, ma nun è ‘n perdente; nun je dice mai bene ‘na vorta, ma nun è ‘no sfigato. In sincerità vo’ da dillo: sippenso a n’immaggine daa felicità, me vié ‘n mente solo allui, ne sto monno ‘nfame!” (Achille54).
Chiunque abbia praticato il teatro, avrà certamente riconosciuto il riferimento a un libro geniale e semplice al tempo stesso: Esercizi di stile di R. Queneau. (Per tutti gli altri:) partendo da una storiella brevissima e banale, l’Autore costruisce decine di immagini, variando ogni volta il registro stilistico del personaggio di volta in volta parlante. Io ho fatto una cosa del genere, riadattandola al mondo di Splinder, ovvero arrischiando dei nickname di fantasia, che potessero associarsi all’ipotetico parlante.
Hasta la vista!