Atalante. Quarto sibilo.
È un pomeriggio di fine estate. Da poco il pranzo è terminato, e il torpore indotto dalla canicola spinge ciascuno dei commensali a cercare il luogo più adatto a schiacciare un pisolino. Alla tavola è rimasto solo Hans. Si guarda attorno sornione. Hans aveva sempre amato quell’atmosfera sospesa propria del meriggio estivo, quando tutte le cose in campagna sembrano attendere la manifestazione di qualche arcano evento. C’è una sorta di sacralità ancestrale, in tutto questo. Ed egli stava gustando i suoni della natura. Nella sua mente si affollano le immagini dei volti cari seduti con lui alla mensa, le loro voci, ognuna con il suo timbro particolare. I silenzi, anche, di chi ama piuttosto ascoltare e non è per questo meno presente. Un alito improvviso di vento solleva un lembo della tovaglia e per un effetto-catena un bicchiere rovescia quel poco di acqua rimasto al suo interno. Le cicale, ammalianti custodi del meriggio, intonano il loro canto assordante. C’è quiete, una grande quiete. Hans sogna. Lo fa spesso, senza bisogno che ci siano campi o nuvole o alberi o stelle attorno a lui. Ma se ci sono, sogna di più. Una grande calma scende nella sua anima. Adesso è pronto per il riposo. L’aria è calda, invita a distaccarsi dalla materialità presente, immergendosi nel liquido piacere dei sogni. Il tempo della veglia è passato. Verrà l’autunno, con le sue piogge, poi l’inverno e le sue brine, quella mensa si svuoterà e riempirà nuovamente. La ruota dell’anno girerà ancora e ancora. E la sua anima, il suo corpo, muteranno con essa. Eppure il deposito del cuore, quale granaio fecondo, non sarà sguarnito mai. Hans è steso sotto un albero. È bello guardarlo dormire placidamente, perché chi lo guarda sa che Atalante non smetterà mai di viaggiare. Alla sua maniera.



Down in the west the setting sun had left a streak of fiery red, which glared upon the desolation for an instant like a sullen eye and frowning lower, lower, lower yet, was lost in the thick gloom of darkest night
Charles Dickens, A Christmas carol, 1843.

Lascia che possa posarmi
questa notte
Lascia che arrivi il silenzio
non disturbarlo
Resta qui accanto
ma se fuggi
fallo in silenzio
anima mia

"Un affetto non si prova: s'indossa direttamente"
(Panella, cantato da Battisti)
Giunta l’ora del pasto, cerchiamo un ristorante. Quello proposto da Ale è chiuso (in realtà si tratta del suo parrucchiere, il quale le ha promesso uno sconto sostanzioso per ogni cliente introdotto nella sua attività). Così dirottiamo…ehm, no….diciamo…ci dirigiamo…ecco sì: ci dirigiamo al ristorante dove pranzammo io e Wil nel precedente viaggio a Bologna. Siamo alle ordinazioni: Ale ordina tutte le portate che abbiano la maggior quantità di R al loro interno; Wil tutte le portate che abbiano la maggior quantità; Opera tutte le portate che abbiano almeno un ingrediente segreto; Lilith segue l’esempio dell’Ale; Alb ordina un paio di cameriere e acqua naturale. Verso la fine del pranzo, arriva la graditissima telefonata a sorpresa della Marghé. Rientrata prima dal mare, ci raggiunge in loco. Scesa dalla carrozza, abbraccia fortissimamente la Ale, ovvero la sua datrice di lavoro! Baci, abbracci, presentazioni e…via! Dopo aver ammirato la mirabile fattura del bronzeo Nettuno, si va a cercare con maggior lena quel ritratto di Santa Cecilia agognato dal MagnOpera, Pare sia custodito alla Pinacoteca Nazionale. Per carenza di personale, le sale vengono aperte a caso ogni ora: se ti trovi nel posto giusto al momento giusto, riesci ad entrare. L’impresa, ahimé, non riesce e così al prode Opera non resta che consolarsi con una copia del trattato dal titolo “L’influenza della tradizione ceciliana nella formazione musicale pavese e il suo riflesso sulle casalinghe di Voghera”. C’è tempo ancora per qualche foto, ancora chiacchiere, risate, telefonate con Dama, Vivy, Profemate. I treni prendono direzioni diverse. Non così le nostre vite, ormai sempre più intersecate!
Una radiosa chiarità.
(Agosto 1. Il Montefeltro)
Dalla pagina scritta di un blog emergono spesso tante variegate immagini che ci facciamo, nella nostra mente, di chi è di là dallo schermo. Mi è sempre piaciuto non vedere prima il volto dei/delle bloggers che avrei incontrato di persona, così da rendere maggiore lo stupore. Stupore: emozione primigenia! Così, dal blog austero e fascinoso che tiene assieme al suo Messere (Opera) e al sodale Verbum, di Donna Lilith mi ero fatto un’idea che la realtà ha confermato e arricchito. Scende dalla macchina una ragazza dall’aspetto nordico: alta, bionda, occhi azzurrissimi, sorriso accogliente. Austera, sì, e al contempo affabile. Il teatro del nostro incontro è stato un piccolo paesino del Montefeltro, arroccato su una collina che offriva uno splendido panorama sulle vallate circostanti, fino ad intuire il mare in lontananza. Certo, ci aspettavamo una festa medievale con giullari per le vie, suoni di cetre e cantori di gesta cavalleresche…be’, niente di tutto ciò! C’era un pianista, nella piazzetta, che suonava più musica da pianobar che melodie d’altri tempi…ad ogni modo, poco male! Non è mancato del buon vino, un’oca arrosto e patate. Ma soprattutto, c’è stato questo parlarsi confidenzialmente come fossimo amici di vecchia data, aprendo ognuno all’altra spiragli (anche dolorosi) della propria vita, sapendo in cuor proprio che di fronte si aveva una persona di cui potersi fidare. Mentre il sole andava perdendosi dietro le colline per proseguire altrove il suo corso, una radiosa chiarità, aiutata forse dal naturale colore degli occhi –tradizionalmente “finestra dell’anima”-, si espandeva sullo stupore appunto di trovarsi a proprio agio. Più tardi, l’altro gradito e atteso incontro con Messer Opera, anch’egli austero e ironico nelle sue pagine (grande narratore, tra l’altro), quanto simpatico e sorridente dal vivo. Entrambi, nelle occasioni in cui abbiamo avuto modo di vederci, mi hanno accolto con grande disponibilità e calore nel loro quotidiano, partecipandomi i loro luoghi, le loro letture, la loro personale visione della vita e delle cose, su alcuni aspetti diversa dalla mia, ma che non per questo ho sentito distante. Anzi. Il nostro dialogo, perfino su questioni “religiose” (in senso ampio), è stato improntato ad una grande apertura mentale, reciproca. Le differenze, allora, sono divenute arricchimento. Per me, sicuramente; e spero anche per loro. Nell’ultima serata in cui ci siamo visti, capitati a sorpresa a tarda sera dove mi trovavo, ho avuto anche la ventura di conoscere il simpaticissimo Olino, la cui fama lo precedeva (e anche la fame, visto che ha voluto subito addentare qualcosa di commestibile alla pizzeria “Fratelli di Teglia”). Naturalmente, con Olino si è discorso anche di Pink Floyd, data la comune passione per gli Immortali! La mia peregrinazione nella geografia degli affetti (come scritto da Wil altrove) è cominciata dunque nel migliore dei modi.