KATArsi.
Alb – katanuuuuzza, baciamo le mani!
Kat – Albatros, ti richiamo: ho i minuti gratis (meno male, temevo dicesse: ho i minuti contati!!)...
Così, sabato scorso, una telefonata ha portato un sorriso alla mia giornata che fino ad allora era stata piuttosto grigia per vari motivi. Con la sua ormai nota voce sensualisssssssssima e profonda, la Kata nazionale ha schiarito le nuvolette sopra le mie penne! A volte basta poco per far cambiare volto a uno stato d’animo. Queste poche righe sono solo per dire grazie a quella voce, a quella persona, del cui affetto per me sono grato immensamente.
La sveglia.
Un post leggero, oggi. Perché leggo nei vari blog: c’è chi sta a dieta, chi ha un animo appesantito da dolori, chi è perso nel suo sonno, etc.
Girando per borghi e paesini di cui è costellata la nostra penisola, non è raro imbattersi in musei delle torture di medievale memoria (come se non esistessero anche al giorno d’oggi, alle più svariate e imprevedibili latitudini e longitudini…). Bene, in tali musei c’è un attrezzo di tortura che non viene mai esposto: la sveglia! Sì, avete letto bene: la sveglia. È uno strumento di tortura forse più efficace di altri. Apparentemente innocuo. Lei se ne sta lì, con il suo ticchettio o addirittura silenziosa se è al quarzo; le sue lancettine avanzano inesorabili e flemmatiche, oppure i numerini sul display un po’ alla volta cambiano per tornare poi sempre gli stessi (ma noi no, non siamo più sempre gli stessi). Ma ad un certo momento…zàcchete! Comincia a suonare imperturbabile e inopportuna! Il bello è che quel “certo momento” lo stabiliamo noi. Per le mie note tendenze francofone/francofile, sul cellulare ho messo il francese come lingua. Quando sono fuori casa, uso il cellulare come strumento di tortura, ovvero come sveglia. Così, un giorno ero a dormire fuori e, nel pieno del sonno, il cellulare comincia a vibrare tutto e una voce insipida fa “C’est l’heure de se léver…sept heure et démi”…io salto sul letto, nella penombra della stanza mi guardo intorno incredulo e penso “ma dove caspita sono? A Parigi?”…in pochi attimi, purtroppo, il sogno svanisce e la realtà si fa largo…dopo pochi minuti realizzo il perché di quella voce francese…almeno, fosse stata la sveglia telefonica del film di Truffaut! Quanto alla sveglia casalinga, invece, con lei ho un rapporto tutto fatto di tattiche e finzioni. Intanto è regolata di qualche minuto in avanti; poi la “punto” almeno venti minuti prima di quando devo alzarmi, perché mi è quasi impossibile alzarmi immediatamente al primo trillo. A meno che, ovvio, non abbia un volo per la capitale francese! Buona giornata a tutti, amici miei.

Solo un'immagine.
Un raggio improvviso di luce squarciò le tenebre di quell’angusto luogo, non appena la porta fu aperta. L’aria stantia sembrò prendere precipitosamente la via della libertà, involandosi all’esterno. I milioni di pulviscoli nuotando disordinatamente (o era un ordine incomprensibile per noi), si sparsero per ogni dove. Chi aveva abitato quella stanza? Ammesso che qualcuno ci fosse mai stato, là dentro…
Frederyck tirò un sospiro di sollievo e richiuse quella porta, cigolante. Mentre si avviava nuovamente verso casa, gli tornò alla mente il volto del suo amico. Lontano, adesso. Ma era anche lui lontano, da tutti i frastuoni circostanti, dalla frenesia che non nasconde vita. Eppure, non era solo -a differenza del suo amico.
Albert continuava a morire silenziosamente, mentre il mondo gli viveva attorno.

Seguitando...

Si parva licet componere magnis
Like a bird on the wire.

Uno splendido brano di Leonard Cohen, datato 1968, contrassegnato da parole amare ma aperte alla speranza; parole che parlano di una prigionia da cui però si tende alla liberazione; parole di chi desidera qualcuno che si prenda cura delle proprie “rovine”. Uccelli su un filo, in attesa di prendere il volo. Il tutto sottolineato da una musica dolce, quieta, riflessiva. A tutti quelli che, come me, stanno cercando di vedere un senso oltre le rovine; a tutti quelli che cadono e si rialzano; a tutti quelli che non si rialzano (ma avranno qualcuno che li aiuterà a farlo); a tutti quelli che vedono la forza nella debolezza; a quelli che sperano, contro ogni speranza. A quelli che hanno bisogno di me e a quelli di cui ho bisogno. Per tutti voi, e per chi vorrà…
*la traduzione è nei commenti.
Ci siamo imbattuti in un paradosso?
Benissimo! Adesso abbiamo speranza di qualche progresso.
Niels Bohr

Would you like to say something before you leave?
Perhaps you'd care to state exactly how you feel.
We say goodbye before we've said hello.
I hardly even like you.
I shouldn't care at all.
We met just six hours ago.
The music was too loud.
From your bed I came today and lost a bloody year.
And I would like to know, how do you feel?
How do you feel?
Not a single word was said.
They lied still without fears.
Occasionally you showed a smile, but what was the need?
I felt the cold far too soon in a room of ninetyfive.
My friends are lying in the sun, I wish I was there.
Tomorrow brings another town, another girl like you.
Have you time before you leave to greet another man
Just to let me know, how do you feel?
How do you feel?
Goodbye to you.
Childish bangles too.
I've had enough for one day.
Vorresti dire qualcosa prima di andartene?
Potresti spiegare esattamente come ti senti, se non ti dispiace?
Diciamo addio prima di esserci detti ciao
Quasi neanche mi piaci
Non me ne dovrebbe importare niente
Ci siamo incontrati appena sei ore fa
La musica era troppo alta
Dal tuo letto sono uscito oggi e ho perso un dannato anno
E vorrei sapere, come ti senti?
Come ti senti?
Non una singola parola è stata detta
Sono rimaste ferme senza paure
Occasionalmente hai mostrato un sorriso, ma che bisogno c'era?
Ho avvertito il freddo fin troppo presto in una stanza a 35 gradi
I miei amici stanno sdraiati al sole, vorrei essere là
Il domani porta un'altra città, un'altra ragazza come te
Hai tempo prima che te ne vada a incontrare un altro uomo
Giusto per dirmi come ti senti?
Come ti senti?
Addio a te
E a braccialetti infantili
Ne ho avuto abbastanza per oggi