Le cicale.
Giorni fa, uscendo da lavoro, ho ascoltato il canto delle cicale. No, non lavoro in un campo. Non ancora, almeno! Ho sempre associato le cicale alla campagna in estate, al meriggio. Il loro alter ego notturno sono i grilli. Non entro nell'annosa diatriba cicala/formica, perché ho simpatia per entrambi questi simpatici insettini. Più per le cicale, però. Ecco, non so in altri campi (aridaje! Me sa che ci finisco davvero...), ma in quello delle relazioni umane mi potrei definire una “formicàla”. Nel senso che mi getto in esse -non nelle cicale- con l'entusiasmo incosciente della scanzonata canterina; ma cerco di preservarle perché durino e non sfioriscano con il passare delle stagioni della vita (che metafore in 'sto blog, eh IK!?).
Il canto delle cicale mi ricorda, ad esempio, le scorribande tra boschi e campi (ah, ma allora è una fissazione) con uno dei miei fratelli, in Toscana, una delle mie terre adottive. I piccoli esploratori. Lui poi è diventato un naturalista sul serio...io neanche naturista. Le cicale segnano il passo del giorno che si avvia alla sera, e quando (ci)calano le tenebre subentrano i grilli. La colonna sonora delle magiche notti. L'arcano, ma anche l'argatto, che domina l'oscurità. Ma che porta in sé tanta, ma tanta luce. Che bella, la notte! Ma non divaghiamo: si parlava degli assolati pomeriggi d'estate e delle signorine cicale. E perché poi dovrebbero essere signorine, signor Albatros? Suppongo perché se ne infischiano di metter su famiglia: vivono del momento. Chiamale sceme. E adesso, una domanda ve la faccio io: perché la famiglia si “mette sempre su” e mai giù, o magari sdraiata? Vivono del momento, e che momento! Quello in cui bolle l'energia, quello che trascina, quello che ubriaca, quello che stordisce. Quando il cuore accelera i battiti. Ai granai ci pensino gli imprenditori, noi pensiamo a campare, nel senso di stare per campi! Mi ero ripromesso di non entrare nella polemica con le formiche, 'nnaggia!
E adesso, miei cari ventiquattro lettori, vi schiaffo qua una canzone di Battisti che dedico alle amiche cicale. E tu, fanciulla, vieni con me. Nel campo, ovvio!
L'universo che respira
e sospinge la tua sfera
e la luce che ti sfiora
cosa vuoi?
Voglio te, una vita.
Far l'amore nelle vigne.
Cade l'acqua ma non mi spegne.
Voglio te.
Oltre il monte
c'è un gran ponte.
Una terra senza serra,
dove i frutti son di tutti.
Non lo sai?
Voglio te, una vita.
Far l'amore nelle vigne.
Cade l'acqua ma non mi spegne.
Voglio te.
E' una vela la mia mente
prua verso l'altra gente
vento, magica corrente
quanto amore!
Voglio te, una vita.
Far l'amore nelle vigne.
Cade l'acqua ma non mi spegne.
Voglio te. Mio per sempre!
Voglio te... te... te.
Ma tu non cambi mai.
Un braccio, che altro vuoi?
Un'ora me la dài.
L'amore è qualcosa di più
del vino, del sesso che tu
prendi e dai.
Ah sarei una cosa tua?
Amore, gelosia
amor di borghesia.
Da femmina latina a donna americana
non cambia molto... sai?
Voglio te, voglio te, voglio te, voglio te...
Ahhhh è una vela la mia mente
prua verso l'altra gente.
Vento, magica corrente...
Un incontro. (Parte seconda).
Il mare ululava il suo tormento notturno. Si avvicinarono alla battigia. I ciottoli gelati dalla notte davano una piacevole sensazione sotto la pianta dei piedi. Lontano le luci dell'estate illuminavano psichedelicamente quella oscurità marina. Le note di una musica ipnotica giungevano fino a loro. Lei accelerò il passo davanti a lui, sedette vicino al mare, sollevando la gonna sopra le gambe e restando a contemplare la distesa. Lui osservava i riflessi di luce sui lembi di pelle che il vestito lasciava scoperti. Le sue spalle. Le sue braccia. Le caviglie. Si fermò, con un lieve movimento dei piedi assestò i ciottoli sotto di sé. Il rumore della risacca si mescolava alle note di Ian van Dahl. Non c'erano altri suoni. “Che paura incute il mare la notte, non trovi?”, disse lei. “Mi attira e mi spaventa. Ci si possono immaginare creature spettrali e angeliche presenze”. Lui le si avvicinò, sedette accanto a lei e le sfiorò i piedi con le mani. Poi chinò il viso e cominciò a baciarli. Un brivido corse dritto al cuore di lei, l'umido della sua bocca si fondeva con l'umidità della notte. Le falde della gonna erano agitate dalla brezza marina e lambivano il viso di lui. Da vicino scorse di nuovo quei riflessi di luce sulle sue gambe levigate, fino alle intimità segrete. Era pazzo di lei. “Non conosco amore che non sia follia. Non c'è misura alcuna. Non deve esserci, o saremmo perduti. Capisci?”. “Baciami ancora. Proteggimi da questo mare”, disse lei. Lui arretrò leggermente avvolgendola completamente in un abbraccio vigoroso. La superficie dell'acqua era appena increspata. Ma le onde si infrangevano dolcemente alla riva. Lei persa nei suoi baci non percepiva più alcuna paura. Le note elettroniche erano sempre più lontane. Gli slacciò i bottoni della camicia con eccessivo trasporto, strappandone un paio. Lui si guardò il petto. “E quindi dovrei strapparti la maglietta adesso?”, disse sorridendo. “Sarebbe la cosa più giusta!”. Non si oppose a questa violenza indotta. Il mare intanto sembrava diventare inquieto. Lei era quasi nuda. Le sue mani le accarezzavano il seno -quei riflessi di luce ormai lo rapivano fuori di sé. Poi scese dove nasce la vita, e proprio la sua vita andava cercando in lei. I loro cuori erano a mille battiti. Le onde del mare, sempre più agitato, sfioravano talvolta i loro piedi nudi, che d'istinto si ritraevano. Lasciandosi poi andare, come i loro corpi. Di tanto in tanto qualche nota giungeva ancora da lontano. Ne coglievano l'eco mentre gemevano di un piacere via via crescente. I ciottoli scricchiolavano sotto i corpi che si agitavano e si rovesciavano l'uno sull'altro. “Sei bellissima”, le sussurrava in un soffio. Sentiva il suo cuore risalire la gola, doveva uscire, poteva morire quella notte. Si amarono ripetutamente, con veemenza. Il mare mugghiava sempre più violento, mentre le onde schiaffeggiavano la spiaggia, invadendo le loro gambe sudate. Si amavano follemente, eppure erano così piccoli al cospetto di una tale vastità. Ma c'era qualcosa che rendeva simili quegli esseri della terra e dell'acqua. In un impeto violento e squassante saggiarono la vita che si intreccia alla morte nell'amplesso supremo. La schiuma si rovesciò precipitosa su di loro. Ora giacevano esausti abbandonati l'uno nell'altra. “E se ora spuntasse un mostro marino e ci portasse via nelle profondità?!”, disse lui sorridendo. “Sei come il personaggio di quel film di Truffaut che vedemmo insieme...”. “Bertrand”, aggiunse lui. “Bertrand, esatto. In ogni tua affermazione sembra sempre ne vada della tua vita o della tua morte”. “E' vero! Ti amo, infatti”. Lei distolse lo sguardo da lui. Una lacrima le scorse sul viso. Ma forse era solo l'umidità della notte.
Imprese.
La realtà supera quasi sempre la fantasia, quanto a creatività. Ho compiuto un'impresa straordinaria, eroica...ma non posso raccontarla 
Presto scriverò la seconda parte dell'Incontro, aggiungendo così una T all'eroismo.
Take it easy.