Vi presento la casa di Hans, naufrago dei sentimenti, attraccata al momento a Neuilly-sur-Seine, tra les Sablons e la Defense, metafora dello sguardo proiettato oltre, finestra vertiginosa sulla libertà, sospeso a un passo dal sogno raggiunto.
Atalante. Sesto sibilo.

-Permetti un ballo, mia regina?
Hans cingeva i suoi fianchi con tenerezza e passione, e quel tanto di vigore perché lei non fuggisse via ancora.
Le banchine lungo
La musica impazzava in armonie di tango sfrenato. Forse non tutti i passi erano azzeccati, ma che importa? Si amavano. I loro corpi, i loro occhi, sprizzavano scintille. Hans di tanto in tanto guardava giù, verso la corrente placida del fiume…e per una volta era felice di essere sceso per un po’ dall’Atalante.
Attorno le genti più disparate facevano da cornice a quel sogno reale. “Ogni cosa che avvenga in questa città –pensava Hans tra sé- ha un alone di magia inenarrabile. E’ come uno stato di ebbrezza perenne. Un rapimento da cui non si voglia mai essere liberati”.
La notte avanzava felpata ed euforica, più tardi li aspettavano le luci del Quartier Latin, pochi passi di danza più in là!
-Stringimi forte, ora, in questo preciso momento. E scordati ogni ansia, ogni passato, ogni futuro, ogni viaggio che ci attende. Soli o insieme, non so. Ora e qui. Non c’è altro adesso. Atalante può attendere. Fedele, come sempre.
La guardò. E tuffò il viso tra i suoi capelli. Respirando profumo. Profumo di vita vera.
Atalante. Quinto sibilo.
-E così era solo il mio corpo che volevi?
-Già. Stupito?
-Stupido, forse. Tutta questa strada e la lontananza a fare da barriera tra noi; poi lo slancio e il superamento di quella barriera, e l’estasi della riuscita e…tutto qui?
-Tutto qui?! La sua faccia assunse un’aria interrogativa da cui traspariva una grande perplessità
-Sì, tutto qui. A me pare poco. Voglio dire, ma non c’era davvero nient’altro che un groviglio di muscoli e nervi che potesse unirci?
-Ma perché ti complichi sempre la vita? Hai il mio corpo, non ti basta?
Si voltò verso il mare e tacque per lunghi minuti. Forse raggiunsero in quel frangente la distanza massima che li avesse mai separati. La nave Atalante, ora, doveva riprendere la sua rotta. È strano –pensò- che io debba sempre ripartire solo, anche quando non sono stato solo ad arrivare.
-E’ il destino di Atalante, disse lei quasi rispondendo ai suoi pensieri.
-Qual è il destino di Atalante? Cos’è il destino?
Il viso di lei accennò un sorriso –di quelli che lui amava tanto-, enigmatica.
-Il destino! Di solito usiamo questa parola quando gli eventi vanno in direzione contraria ai nostri desideri. Tu vai sempre contro le correnti dei desideri. Atalante è forse essa stessa il Destino (pronunciò con enfasi questa parola, a darle una sacralità che lui non percepiva affatto).
-Ci stiamo perdendo in chiacchiere, tagliò corto lui. La baciò violentemente.
Il mattino successivo una sagoma di donna scrutava la distesa del mare, mentre la nave Atalante aveva già ripreso il suo folle peregrinare. Ciò che la distingueva dal volo degli uccelli era soltanto il non avere un fine né una mèta. Non ancora, almeno.
Atalante. Quarto sibilo.
È un pomeriggio di fine estate. Da poco il pranzo è terminato, e il torpore indotto dalla canicola spinge ciascuno dei commensali a cercare il luogo più adatto a schiacciare un pisolino. Alla tavola è rimasto solo Hans. Si guarda attorno sornione. Hans aveva sempre amato quell’atmosfera sospesa propria del meriggio estivo, quando tutte le cose in campagna sembrano attendere la manifestazione di qualche arcano evento. C’è una sorta di sacralità ancestrale, in tutto questo. Ed egli stava gustando i suoni della natura. Nella sua mente si affollano le immagini dei volti cari seduti con lui alla mensa, le loro voci, ognuna con il suo timbro particolare. I silenzi, anche, di chi ama piuttosto ascoltare e non è per questo meno presente. Un alito improvviso di vento solleva un lembo della tovaglia e per un effetto-catena un bicchiere rovescia quel poco di acqua rimasto al suo interno. Le cicale, ammalianti custodi del meriggio, intonano il loro canto assordante. C’è quiete, una grande quiete. Hans sogna. Lo fa spesso, senza bisogno che ci siano campi o nuvole o alberi o stelle attorno a lui. Ma se ci sono, sogna di più. Una grande calma scende nella sua anima. Adesso è pronto per il riposo. L’aria è calda, invita a distaccarsi dalla materialità presente, immergendosi nel liquido piacere dei sogni. Il tempo della veglia è passato. Verrà l’autunno, con le sue piogge, poi l’inverno e le sue brine, quella mensa si svuoterà e riempirà nuovamente. La ruota dell’anno girerà ancora e ancora. E la sua anima, il suo corpo, muteranno con essa. Eppure il deposito del cuore, quale granaio fecondo, non sarà sguarnito mai. Hans è steso sotto un albero. È bello guardarlo dormire placidamente, perché chi lo guarda sa che Atalante non smetterà mai di viaggiare. Alla sua maniera.

