martedì, 05 febbraio 2008

Il Labirinto e i sigilli.

Questa volta non c’entrano i sigilli bergmaniani, né quelli apocalittici. I sigilli di cui parlo sono quelli apposti dall’autorità giudiziaria ad uno storico cineclub della Capitale, il Labirinto. Prassi ordinaria come in ogni situazione di sfratto esecutivo. L’ordine religioso che affittava, da circa trent’anni, i suoi locali ad uso di sala cinematografica ha deciso che al suo posto si poteva investire in attività più remunerative. E così quella sala ha chiuso. Generazioni di cinefili, ma anche di semplici spettatori, sono passate di là; tante emozioni legate alle pellicole proiettate. Cinema di qualità, molto spesso film difficilmente reperibili in altro modo, o comunque impossibili da vedere su grande schermo (non è la stessa cosa vederseli sullo schermo di un portatile). Non ricordo il nome dell’ordine, ma ha poca importanza. Quello che, da credente, mi rattrista profondamente è constatare come spesso nella chiesa si dia uno spazio marginale, se non addirittura nullo, all’arte. Ciò è facilmente riscontrabile osservando le brutture architettoniche che vengono commissionate e realizzate per le nuove chiese. Forse non si pensa più che il bello sia una delle vie che possono suscitare una “tensione” verso il sacro. In epoche passate, come ognuno sa, l’arte era tenuta in grande considerazione come via di elevazione spirituale, e non solo. Chi entri –tanto per fare un paio di esempi fra mille- nella cattedrale di Chartres o ammiri un dipinto del Caravaggio, che sia credente o meno, difficilmente potrà restarne indifferente, o non aver in sé uno spunto che travalichi il solo dato materiale. E questo vale anche per un tempio buddhista o una moschea. L’arte per sua essenza porta a trascendere, in senso letterale. Il godimento estetico e “materiale” si fonde con quello interiore e ciò rappresenta la “magia” artistica, la sua pienezza. Che, in quanto tale, richiama l’essenza del sacro. Sembra che tutto questo spesso –non sempre!- sfugga a chi decide come investire le proprie non scarse risorse nella chiesa. Magari si preferisce partecipare a vuoti dibattiti o ad inaugurazioni di parrucconi o parlare di “valori”, dimenticando che nella pratica quotidiana c’è modo di fornire strumenti molto più efficaci di elevazione. Come per esempio offrire uno spazio cinematografico (non certo gratis, perché l’associazione pagava un affitto mensile, come è giusto, per l’occupazione di quella sala). Le logiche del mercato non lo consentono? Bisogna raschiare il barile più che si può? D’altro canto si può citare l’esempio di un altro cinema parrocchiale che invece offre una programmazione di tutto rispetto, con pellicole di qualità appena uscite dalle sale di prima visione, e tutto questo a soli 3 euro. Quando si vuole, dunque, si può. Idealista? Può essere. Ma dentro la chiesa io, un po’ di ideali ce li vorrei, ad essere sincero. Ideali “concreti”, però. Non parole o proclami. Anche una piccola sala dove abbeverarci di arte e emozioni, andrebbe più che bene…

albatros900
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martedì, 15 gennaio 2008

Catena cinefila!

L'amico Cosimopiovasco mi invita a nozze...no, non pensate male! Non ho improvvisamente cambiato i miei gusti sessuali, voglio dire metaforicamente che mi invita a proseguire una catena “cinefila” che naturalmente accetto ben volentieri. Il piovasco consiglia di concentrarsi su film poco noti. Premettendo che per un cinefilo è quasi impossibile “scegliere” dei film del cuore, tuttavia provo a buttare nel mucchio qualche titolo, magari per suscitare curiosità -o orrore, a seconda dei casi . A differenza dell'amico Cosimo, sarò molto stringato nella descrizione, ma tanto c'è internet o il Mereghetti per soddisfare ogni curiosità!

IL PIANETA AZZURRO, di Franco Piavoli. Direi che è il “mio” film per eccellenza. Uno splendido ritratto della natura e della vita di campagna attraverso le quattro stagioni e attraverso un'intera giornata. Poetico, sognante, realistico, emozionante. Irripetibile.

LA MORTE DI SIGFRIDO, di Fritz Lang. E' il primo capitolo della saga dei Nibelunghi. La pellicola che mi ha fatto innamorare del cinema muto, quindi ha per me un valore simbolico enorme. Stilisticamente e cinematograficamente si tratta di un capolavoro. Medioevo allo stato puro e artistico. Puro nirvana celluloide!

IL SOSPETTO, di Alfred Hitchcock. Ne conosco ogni fotogramma, per averlo visto non so più quante volte. Su tutta la scena si staglia la figura elegante del mio attore preferito, Cary Grant.

LUCI DELLA CITTA', di Charles Chaplin. Che dire di questo film? Se mai potesse esistere la definizione “il film più bello della storia del cinema”, potrebbe esserlo. Ovvio che si tratterebbe di un'esagerazione. Poesia allo stato puro, serbatoio di lacrime di commozione, e quello sguardo finale di Charlot alla bella fioraia è qualcosa che resta scolpito nel cuore per sempre.

IL SETTIMO SIGILLO, di Ingmar Bergman. Anche questo visto e rivisto, imparato a memoria eppure sempre fonte di emozione ad ogni nuova visione. Anche qui, come in Lang, sapore di Medioevo. Ritratto di una fede inquieta, di un coraggio scoperto autentico solo nello spendere la propria vita per qualcuno di concreto, non per ideali astratti e calati dall'alto. Alla fine chi si salva è il giullare e la sua famiglia “semplice”. Meditare.

ATALANTE, di Jean Vigo. Chi legge le mie pagine sa che ad esso è ispirato il mio racconto omonimo in progress. Basti questo per dire quanto mi sia caro!

UN RAGAZZO E TRE RAGAZZE, di Eric Rohmer. Fa parte della quadrilogia dedicata alle stagioni. Racconto lieve, caldo ed effimero come una giornata d'estate. Che dona tutta la sua luce “finché non muore il giorno” (verso di un grandissimo poeta italiano!!).

LA SPOSA CADAVERE, di Tim Burton. Una bellissima favola a disegni animati sull'amore, il quale -come ricorda il Cantico dei Cantici- è più forte della morte. "Io sarò il vino, quando il tuo calice sarà vuoto".

In fine, chiedo perdono a tutti i film non citati...

albatros900
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mercoledì, 03 ottobre 2007

amore eterno?
albatros900
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mercoledì, 06 giugno 2007

Parte seconda.
"Rinascere, essere capaci di emozioni, lo stesso desiderare di essere amati non configurano un’esistenza completamente umana. Manca ancora la capacità di essere attivi, di tendere deliberatamente la mano all’altro per ottenere calore e affetto, di colmare la distanza tra sé e l’altro, di avvicinarsi e trasformare in intimità la separazione fisica dei corpi, di amare e non semplicemente desiderare di essere amati".
Bruno Bettelheim
*Epigrafe posta all'inizio del cineromanzo citato nel post precedente. Consiglio la visione, e/o la lettura, di quest'opera di Truffaut, in abbinamento con il capolavoro di Arthur Schnitzler, Il ritorno di Casanova.
albatros900
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martedì, 05 giugno 2007

Parte prima.
"Qualche ora più tardi, mi accingo a lasciare il piccolo appartamento di Bernadette. Rivestendomi noto sul muro la carta geografica plastificata di un’isola sconosciuta.
-E’ un’isola in cui si sono insediate delle donne che vogliono vivere sole, tra di loro, senza uomini, mi spiega Bernadette.
-Sono solo ed esclusivamente donne? Quante sono?
-Non so, forse un centinaio. Ho pensato di andarci anch’io, aggiunge ridendo, ma sarebbe una follia perché in realtà adoro gli uomini!
-Ha accettato così prontamente di cenare con me perché adora gli uomini?
-Non so. Credo debba essere difficile rifiutarle qualcosa. Lei ha un modo speciale di chiedere. Sembra che ne vada della sua vita…in fondo potrebbe essere un’astuzia strategica, il dragueur che non ne ha l’aspetto…il dragueur con l’aria inquieta.
-No, non sono un dragueur, provo orrore per i dragueurs, li trovo deplorevoli".
François Truffaut,
L'uomo che amava le donne. Cineromanzo
albatros900
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venerdì, 18 maggio 2007

Intermezzo.
Devo assolutamente comunicarvi sta cosa. Poco fa è passato in biblioteca un signore che mi fa “Avete qualcosa sul rapporto cinema e musica?”, poi quasi sottovoce parlando a se stesso “Sto scrivendo una cosa su Rapsodia satanica…”, al che gli dico “Ah, splendido film, tra l’altro…”. E lui, con aria incredula “Ah, perché lo conosce?!”. Io: “Ma certo! E poi ci lavora uno dei miei miti cinematografici, Lyda Borelli”. E da lì parte una chiacchierata sul cinema muto (chi mi frequenta sa quanto ne sia appassionato). Gli do qualche -preziosa, dice lui- indicazione per reperire pellicole e quant’altro. Poi mi dice di essere un musicista e professore di cinema. E dice che tornerà a cercarmi. (Sa che probabilmente un’altra occasione così potrà capitargli solo in un ospedale psichiatrico!). Cavoli, che incontri. È un altro capitolo dello STUPORE…il mio film preferito!
albatros900
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martedì, 15 maggio 2007

Buio in sala.
Si abbassano le luci. Resta solo il debole bagliore di una candela ad illuminare la tastiera del pianoforte sul palco, a sinistra del grande schermo. Con l’inconfondibile ronzio parte la pellicola con i titoli di testa, e con essa l’accompagnamento sonoro del pianista. Gente di domenica. Anno 1929. città: Berlino. Sono “proiettato” in anni lontani, un salto indietro di quasi ottanta anni…perché mai mi sento così familiarmente a mio agio? Scene di vita quotidiana cittadina nel giorno che precede la festa, poi le schermaglie e la gita al parco di due ragazzi e due ragazze. Gli scherzi, i corteggiamenti, gli sguardi non corrisposti con le loro malinconie, il bacio rubato con la sua buona dose di speranza. I volti dei bambini. Ogni volta che vedo dei bambini in un vecchio film muto, mi viene invariabilmente in testa questo pensiero: “che ne sarà, oggi, di quei pargoletti? Dopo 80, 90, forse 100 anni…”
La magia della sala cinematografica è tale che nessuna visione domestica, nessun DVD, potrà mai eguagliare né sostituire. Stasera, poi, l’atmosfera è ancora più realistica perché un Maestro suona al piano, seguendo alla perfezione le fasi del film, proprio come avveniva nei cinematografi di una volta. Nelle scene di folla o nei giochi la musica accelera allegramente, per poi tingersi di malinconia nello sguardo innamorato e disilluso della fanciulla “tradita”. Dall’alba al tramonto, un unico variegato pentagramma di emozioni ed incontri. Illuminati dalla luce fioca di una candela. Berlino, anni Venti. Vuoi fare un giro con me?
albatros900
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martedì, 17 ottobre 2006

Antefatto secondo. Il cinema 2.
Il secondo lungometraggio a cui ho partecipato come comparsa è stato lo sceneggiato sulla vita di Ferrari interpretato, tra gli altri, da Castellitto. Pochi gli aneddoti che mi ricordi, anche perché si è trattato di due sole giornate di riprese per quanto mi riguarda. Intanto devo dire che sono rimasto molto sorpreso quando mi è arrivata la telefonata di convocazione dalla società di casting, perché nel variegato mondo delle comparse, in linea generale lavori solo se ti “ammanichi” con qualche capocomparsa, o comunque rimani in contatto con qualcuno dell’ambiente. Per me l’esperienza di “Gangs of NY” era stata estemporanea, quindi consideravo chiusa lì la vicenda. Invece…
Questa produzione era italiana, pertanto anche la paga era proporzionalmente più bassa. L’orario di lavoro era lo stesso, aurorale, ma stavolta non più a Cinecittà, bensì in una stazione dei Vigili del Fuoco, poco lontano. Anche il numero delle comparse, almeno quelle del mio giorno, era notevolmente inferiore al film di Scorsese (vorrei vedere…). Questa volta la contingenza non è stata particolarmente ironica con me, facendomi vestire panni che sentivo estranei; anzi, si trattava di essere abbigliato da giornalista (quindi uno stile a mezzo tra l’elegante e lo sportivo, che non mi dispiace), mi pare anni Trenta o giù di lì. L’unica comparsa della cui vicenda mi sia rimasta memoria è un ragazzo sui venticinque anni, che si agitava molto per farsi notare da quelli della produzione, dal regista, dagli aiuto, dalle maestranze, dai truccatori, dai parrucchieri, dagli stuntmen, etc. Egli apparteneva a quella folta schiera di comparse che, pur essendo tali, per il semplice fatto di essere fugaci presenze nel mondo del cinema, ritengono di poter assurgere al ruolo di grandi attori. Nella breve incursione che ho avuto nel mondo del cinema, ho guardato con una certa tenerezza e simpatia a questi personaggi, un po’ come si guardano quei bambini che si travestono da Napoleone, e si comportano come fossero realmente lui (e fortunatamente non lo sono!). Per me era un divertissement, fonte anche di guadagno, e quindi vivevo la cosa con uno sguardo sufficientemente distaccato, anche se interessato a quello che avveniva attorno a me. Non ho mai avuto alcuna aspettativa dal trovarmi lì, mai pensato di diventare improvvisamente un astro di Hollywood! Andiamo, una comparsa!
Chiusa la parentesi. Fin dall’inizio della giornata lavorativa avevo intuito che quel ragazzo avrebbe dato ampie soddisfazioni al mio tentativo di divertirmi e spassarmela, e quindi lo tenevo d’occhio costantemente. Appena usciti nel piazzale dove avremmo atteso il nostro turno, costui si avvicina all’aiuto regista dicendogli con fare ammiccante “Ehi, Bruno hai visto sono arrivato!”. “Ciao, Tonì!”. (I nomi sono di fantasia). “Senti, ti ricordi che mi avevi detto che potevo fare delle battute…”. “Sì, sì, me ricordo…dopo, dopo”… e se ne va. Il volto di Tonì brillava di felicità all’idea di trasformarsi da semplice “comparsa” a “generico” (che sarebbe appunto il gradino più in alto: la comparsa che proferisce almeno una vocale). Intanto nel piazzale girano delle scene con macchine d’epoca, mentre noi aspettiamo….nella noia più assoluta. Trovo difficile socializzare non riuscendo a introdurmi nei discorsi degli altri, incentrati –come già detto- su formazioni di calcio, cellulari, auto, elementi di geometria sessuale, e affini. Tonì vaga alla ricerca dei pezzi grossi; anche lui non appare interessato ai dialoghi correnti, perché la sua mente va alla gloria che lo attende davanti alla macchina da presa. Finalmente entriamo nella grande sala dove si svolge la “nostra” scena, che altro non è se non una conferenza stampa di Ferrari in inglese. Noi siamo i giornalisti che devono interrogarlo, o ascoltarlo. Ci dicono di prendere posto sulle poltrone tipo cinema. Io mi siedo a metà della sala, non troppo distante dalla prima fila, dove ovviamente si posiziona Tonì, in attesa della gloria. Dopo un po’, mentre fervono i preparativi per le riprese, questi si rivolge di nuovo a Bruno con un sorriso “Ehi, Brù, ricordati delle mie battute, eh!”, e Bruno “Sì, sì…dopo, dopo”. Intanto Tonì, incurante della hybris che in questo modo sta attirando su di sé dagli dei, si intrattiene con tutti quanti gli capitano a tiro dicendo che lui tra poco dirà delle battute, che questo è il suo trampolino di lancio, che già lo aspettano altri ciak, che lui frequenta una scuola di recitazione e via proclamando. Intanto gli dei sopra di lui, se la ridono! A un certo punto, Bruno sale su una scala sopra il tavolo da cui parlerà Ferrari, per sistemare un riflettore. Il suo equilibrio è precario. “Sistema mejo quella luce, cazzo! Nun lo vedi che qua c’ho Sergio poco illuminato? Questo deve parlà cor giornalista davanti”, e indica un punto decisamente distante dalla poltrona di Tonì. Questi, preoccupato, si affretta a ricordare “A’ Brù, ma io devo dire le battute…ti ricordi, sì?”. Bruno alza gli occhi al cielo, e dopo un’eloquente pausa, fa “Sì che me ricordo, basta che mò stai bbono”. Tonì si tranquillizza. In fondo alla sala compare Castellitto, e questo indica che ormai ci siamo. Ultimi ritocchi alla scena. Tonì, che sente vicino il suo momento, di nuovo si rivolge all’aiuto regista, sempre più impegnato. “Ahò, mi raccomando le mie battute, Brù…me lo dici te quello che devo fare…”. A quel punto la pazienza di Bruno ha raggiunto un punto di saturazione e di non-ritorno. Con aria cinica e beffarda, apostrofa il povero Tonì “A Tonì, lo sai che devi fa?”…pausa, durante la quale negli occhi della giovane comparsa si affacciano gli orizzonti di gloria…”Nun me devi rompe li coglioni, capito?”. Crash. I sogni di gloria si infrangono, e a Tonì non resta neanche la forza di reagire. Si riaccomoda sulla sua poltrona con l’aria bastonata. Ma…colpo di scena! Il regista fa: “Tu (indicando l’attore che siede accanto a me) fai la seconda domanda a Sergio, va bene?”. “Off corse”, risponde l’attore, evidentemente di lingua inglese. Tonì, che aveva seguito la scena, scatta su dal suo posto e si precipita da me. “Senti, ti prego, mi faresti sedere al posto tuo? Sai, io dovrei dire delle battute…”. Gli cedo il posto, e mi metto nella fila accanto. Tonì tutto felice sente che non tutto è perduto: ora siede accanto all’attore che dirà una battuta, la camera inquadrerà anche lui! Ma gli dei non smettono mica di ridere…e preparano il coup de téatre. Dopo qualche prova, il regista decide che non sarà l’attore anglofono inizialmente prescelto a fare la domanda a Ferrari. La scena si sposta un po’ più in là, guarda caso vicino a me! L’occhio della cinepresa si allontana dunque inesorabilmente da Tonì, per il quale dovrà continuare ancora la gavetta. E sono rimandati di un po’ i suoi propositi di gloria cinematografica.
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Questo post in due puntate sul cinema, prende le mosse ed è dedicato a un mio carissimo amico, al quale devo questa divertente esperienza, e al quale desidero regalare, se possibile, un sorriso nel  ricordarla, in un momento un po’ delicato della sua vita.
La terza parte sarà dedicata alla televisione.
(Tracce di un pellegrinaggio. Parte sesta)
albatros900
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