Il Labirinto e i sigilli.
Questa volta non c’entrano i sigilli bergmaniani, né quelli apocalittici. I sigilli di cui parlo sono quelli apposti dall’autorità giudiziaria ad uno storico cineclub della Capitale, il Labirinto. Prassi ordinaria come in ogni situazione di sfratto esecutivo. L’ordine religioso che affittava, da circa trent’anni, i suoi locali ad uso di sala cinematografica ha deciso che al suo posto si poteva investire in attività più remunerative. E così quella sala ha chiuso. Generazioni di cinefili, ma anche di semplici spettatori, sono passate di là; tante emozioni legate alle pellicole proiettate. Cinema di qualità, molto spesso film difficilmente reperibili in altro modo, o comunque impossibili da vedere su grande schermo (non è la stessa cosa vederseli sullo schermo di un portatile). Non ricordo il nome dell’ordine, ma ha poca importanza. Quello che, da credente, mi rattrista profondamente è constatare come spesso nella chiesa si dia uno spazio marginale, se non addirittura nullo, all’arte. Ciò è facilmente riscontrabile osservando le brutture architettoniche che vengono commissionate e realizzate per le nuove chiese. Forse non si pensa più che il bello sia una delle vie che possono suscitare una “tensione” verso il sacro. In epoche passate, come ognuno sa, l’arte era tenuta in grande considerazione come via di elevazione spirituale, e non solo. Chi entri –tanto per fare un paio di esempi fra mille- nella cattedrale di Chartres o ammiri un dipinto del Caravaggio, che sia credente o meno, difficilmente potrà restarne indifferente, o non aver in sé uno spunto che travalichi il solo dato materiale. E questo vale anche per un tempio buddhista o una moschea. L’arte per sua essenza porta a trascendere, in senso letterale. Il godimento estetico e “materiale” si fonde con quello interiore e ciò rappresenta la “magia” artistica, la sua pienezza. Che, in quanto tale, richiama l’essenza del sacro. Sembra che tutto questo spesso –non sempre!- sfugga a chi decide come investire le proprie non scarse risorse nella chiesa. Magari si preferisce partecipare a vuoti dibattiti o ad inaugurazioni di parrucconi o parlare di “valori”, dimenticando che nella pratica quotidiana c’è modo di fornire strumenti molto più efficaci di elevazione. Come per esempio offrire uno spazio cinematografico (non certo gratis, perché l’associazione pagava un affitto mensile, come è giusto, per l’occupazione di quella sala). Le logiche del mercato non lo consentono? Bisogna raschiare il barile più che si può? D’altro canto si può citare l’esempio di un altro cinema parrocchiale che invece offre una programmazione di tutto rispetto, con pellicole di qualità appena uscite dalle sale di prima visione, e tutto questo a soli 3 euro. Quando si vuole, dunque, si può. Idealista? Può essere. Ma dentro la chiesa io, un po’ di ideali ce li vorrei, ad essere sincero. Ideali “concreti”, però. Non parole o proclami. Anche una piccola sala dove abbeverarci di arte e emozioni, andrebbe più che bene…
Catena cinefila!
L'amico Cosimopiovasco mi invita a nozze...no, non pensate male! Non ho improvvisamente cambiato i miei gusti sessuali, voglio dire metaforicamente che mi invita a proseguire una catena “cinefila” che naturalmente accetto ben volentieri. Il piovasco consiglia di concentrarsi su film poco noti. Premettendo che per un cinefilo è quasi impossibile “scegliere” dei film del cuore, tuttavia provo a buttare nel mucchio qualche titolo, magari per suscitare curiosità -o orrore, a seconda dei casi
. A differenza dell'amico Cosimo, sarò molto stringato nella descrizione, ma tanto c'è internet o il Mereghetti per soddisfare ogni curiosità!
IL PIANETA AZZURRO, di Franco Piavoli. Direi che è il “mio” film per eccellenza. Uno splendido ritratto della natura e della vita di campagna attraverso le quattro stagioni e attraverso un'intera giornata. Poetico, sognante, realistico, emozionante. Irripetibile.
LA MORTE DI SIGFRIDO, di Fritz Lang. E' il primo capitolo della saga dei Nibelunghi. La pellicola che mi ha fatto innamorare del cinema muto, quindi ha per me un valore simbolico enorme. Stilisticamente e cinematograficamente si tratta di un capolavoro. Medioevo allo stato puro e artistico. Puro nirvana celluloide!
IL SOSPETTO, di Alfred Hitchcock. Ne conosco ogni fotogramma, per averlo visto non so più quante volte. Su tutta la scena si staglia la figura elegante del mio attore preferito, Cary Grant.
LUCI DELLA CITTA', di Charles Chaplin. Che dire di questo film? Se mai potesse esistere la definizione “il film più bello della storia del cinema”, potrebbe esserlo. Ovvio che si tratterebbe di un'esagerazione. Poesia allo stato puro, serbatoio di lacrime di commozione, e quello sguardo finale di Charlot alla bella fioraia è qualcosa che resta scolpito nel cuore per sempre.
IL SETTIMO SIGILLO, di Ingmar Bergman. Anche questo visto e rivisto, imparato a memoria eppure sempre fonte di emozione ad ogni nuova visione. Anche qui, come in Lang, sapore di Medioevo. Ritratto di una fede inquieta, di un coraggio scoperto autentico solo nello spendere la propria vita per qualcuno di concreto, non per ideali astratti e calati dall'alto. Alla fine chi si salva è il giullare e la sua famiglia “semplice”. Meditare.
ATALANTE, di Jean Vigo. Chi legge le mie pagine sa che ad esso è ispirato il mio racconto omonimo in progress. Basti questo per dire quanto mi sia caro!
UN RAGAZZO E TRE RAGAZZE, di Eric Rohmer. Fa parte della quadrilogia dedicata alle stagioni. Racconto lieve, caldo ed effimero come una giornata d'estate. Che dona tutta la sua luce “finché non muore il giorno” (verso di un grandissimo poeta italiano!!).
LA SPOSA CADAVERE, di Tim Burton. Una bellissima favola a disegni animati sull'amore, il quale -come ricorda il Cantico dei Cantici- è più forte della morte. "Io sarò il vino, quando il tuo calice sarà vuoto".
In fine, chiedo perdono a tutti i film non citati...