Un incontro. (Parte quarta).
Fu un inverno particolarmente rigido, quell'anno. Le frequenti e abbondanti nevicate rendevano difficoltose le sortite verso le trincee nemiche. I soldati restavano spesso avvolti nella loro coltre di gelo e attesa. C'era chi scriveva lettere all'amata lontana, c'era chi scriveva del ritorno, c'era chi non aspettava un ritorno. Chi non aveva qualcuno a cui scrivere, ingannava il tempo giocando interminabili partite di carte. “E' una sporca guerra, questa”, diceva il capitano Ruggeri tormentando tra i denti un mozzicone di sigaro. “C'è forse una guerra pulita?”, gli ribatteva il tenente del reparto.
Distolse la lettura, poggiando il libro sulle gambe. “C'è forse una guerra pulita?”, ripeteva dentro sé.
C'è forse un amore pulito?
“Te l'avevo detto che ti avrei mangiato l'anima. Perché non mi hai creduto”?
“A qualcuno bisogna pur venderla, quest'anima dannata...”
“Già. E tu hai scelto me”
“Non ti ho scelta io. Sei tu ad avermi scelto. Io mi sono semplicemente lasciato catturare”.
Lei adagiò la schiena sul divano, affondandovi quasi. Lui intravedeva dai bottoni slacciati della camicetta la sagoma del seno. La osservava fissare la copertina del libro con aria assorta. I suoi occhi brillavano. Come sempre. Sarebbe potuto impazzire per quegli occhi. O forse era già avvenuto da tempo.
Seduti all'ultima fila dell'auditorium, non seguivano con grande attenzione quella noiosa relazione. Lui appoggiò la mano sulla gamba di lei. Indossava una minigonna leggera e multicolore, come d'abitudine. Carezzò quella pelle incredibilmente liscia, sulla quale il tempo sembrava non aver lasciato alcuna traccia. La spinse audacemente su, verso l'inguine. Immaginava di fare l'amore con lei, in quel momento. Di rapirla e farla sua.
C'è forse un amore sporco?
“Dannazione, tenente! Li staneremo quei cani di austriaci quant'è vero che torneremo vincitori”, e così dicendo masticava con ancor più rabbia quel sigaro ormai ridotto a poltiglia. Il tenente era concentrato sulla partita e sembrava stargli a cuore solo non perdere quella mano.
Di nuovo abbandonò la lettura, poggiando il volume accanto a sé sul divano. Si passò una mano sulla gamba, accarezzandola fino agli slip. Poi la infilò sotto di essi. Sentì ancora il suo viso tra le gambe. Si chiese chi avesse vinto quella partita. La risposta sembrò esserle molto vicina. In quel posto vuoto sul divano.
Un incontro. (Parte terza).*
Era fredda quella stanza d'albergo, lontana. Lontana da lui. Alitò sul vetro e scrisse tre lettere col dito sopra la condensa. Sorrise. E spostò lo sguardo più in là, oltre quel vetro: la città cominciava ad animarsi delle luci protese alla sera. Il cielo si faceva scuro, colorandosi di sfumature dal cobalto al nero, dal rosso violento al rosa più tenue. Guardò l'orologio. Mancava quasi un'ora alla cena. Immaginava dove potessero mai andare tutti quegli esserini così piccoli sotto di lei. Chissà quanti appuntamenti li aspettavano, chissà chi aveva fretta, chissà chi non aveva più bisogno di averne. Chissà chi andava in stazione per abbracciare qualcuno, chissà chi ne tornava con il viso un po' struccato. Si passò le mani sulle braccia, come per stringersi in un ipotetico abbraccio. Lanciò un'occhiata al letto dietro di lei. Le lenzuola confuse l'una sull'altra lasciavano il segno di un riposo inquieto. Per la camera stavano sparsi capi di abbigliamento. Vestiva elegante. Non solo quando era fuori per lavoro. C'era un gran disordine. Ma cosa importava? Il mattino successivo avrebbe lasciato quella stanza. Si diresse in bagno, chiuse il tappo della vasca e aprì il getto dell'acqua calda. Tornò nella stanza e nuovamente si affacciò alla finestra. Il cielo era sempre più scuro, e la città sempre più luminosa. I capelli ricoprivano una parte del suo viso. Amava i suoi capelli flessuosi. Anche lui, li amava. Passandosi una mano tra di essi, sentì come una presenza. Forte, vivida, quasi reale. Si diresse verso l'armadio e ne trasse una sciarpa di cashmere. Vi immerse il viso. Tornò alla finestra e passò la sciarpa sopra quelle tre lettere, di cui ormai si intravedevano solo i contorni. Andò in bagno, la vasca era piena per metà. Il vapore aveva annebbiato le piastrelle alle pareti. Chiuse il getto caldo e aprì quello freddo. Scrisse di nuovo quelle tre lettere tracciando con il dito dei ghirigori tutt'attorno. Un lembo della sciarpa, che teneva avvolta al collo, finì dentro l'acqua. Lo tirò su che gocciava. Si spogliò di quel poco che portava indosso. Ma lasciò il cashmere sul proprio corpo. Aspettò che l'acqua fosse tiepida per potercisi immergere.
Mezz'ora dopo, avvolta in accappatoio, tornò in camera. Ai piedi non indossava nulla. Ricordava il freddo sotto i piedi sui ciottoli, quella notte in spiaggia. Ma questa moquette era invece così calda, soffice, avvolgente. Dannatamente comoda.
Si avvicinò al comodino, prese il telefono. Chiamò la reception e si fece comporre un numero italiano.
“Pronto?”
“Sei tu?”
Un incontro. (Parte seconda).
Il mare ululava il suo tormento notturno. Si avvicinarono alla battigia. I ciottoli gelati dalla notte davano una piacevole sensazione sotto la pianta dei piedi. Lontano le luci dell'estate illuminavano psichedelicamente quella oscurità marina. Le note di una musica ipnotica giungevano fino a loro. Lei accelerò il passo davanti a lui, sedette vicino al mare, sollevando la gonna sopra le gambe e restando a contemplare la distesa. Lui osservava i riflessi di luce sui lembi di pelle che il vestito lasciava scoperti. Le sue spalle. Le sue braccia. Le caviglie. Si fermò, con un lieve movimento dei piedi assestò i ciottoli sotto di sé. Il rumore della risacca si mescolava alle note di Ian van Dahl. Non c'erano altri suoni. “Che paura incute il mare la notte, non trovi?”, disse lei. “Mi attira e mi spaventa. Ci si possono immaginare creature spettrali e angeliche presenze”. Lui le si avvicinò, sedette accanto a lei e le sfiorò i piedi con le mani. Poi chinò il viso e cominciò a baciarli. Un brivido corse dritto al cuore di lei, l'umido della sua bocca si fondeva con l'umidità della notte. Le falde della gonna erano agitate dalla brezza marina e lambivano il viso di lui. Da vicino scorse di nuovo quei riflessi di luce sulle sue gambe levigate, fino alle intimità segrete. Era pazzo di lei. “Non conosco amore che non sia follia. Non c'è misura alcuna. Non deve esserci, o saremmo perduti. Capisci?”. “Baciami ancora. Proteggimi da questo mare”, disse lei. Lui arretrò leggermente avvolgendola completamente in un abbraccio vigoroso. La superficie dell'acqua era appena increspata. Ma le onde si infrangevano dolcemente alla riva. Lei persa nei suoi baci non percepiva più alcuna paura. Le note elettroniche erano sempre più lontane. Gli slacciò i bottoni della camicia con eccessivo trasporto, strappandone un paio. Lui si guardò il petto. “E quindi dovrei strapparti la maglietta adesso?”, disse sorridendo. “Sarebbe la cosa più giusta!”. Non si oppose a questa violenza indotta. Il mare intanto sembrava diventare inquieto. Lei era quasi nuda. Le sue mani le accarezzavano il seno -quei riflessi di luce ormai lo rapivano fuori di sé. Poi scese dove nasce la vita, e proprio la sua vita andava cercando in lei. I loro cuori erano a mille battiti. Le onde del mare, sempre più agitato, sfioravano talvolta i loro piedi nudi, che d'istinto si ritraevano. Lasciandosi poi andare, come i loro corpi. Di tanto in tanto qualche nota giungeva ancora da lontano. Ne coglievano l'eco mentre gemevano di un piacere via via crescente. I ciottoli scricchiolavano sotto i corpi che si agitavano e si rovesciavano l'uno sull'altro. “Sei bellissima”, le sussurrava in un soffio. Sentiva il suo cuore risalire la gola, doveva uscire, poteva morire quella notte. Si amarono ripetutamente, con veemenza. Il mare mugghiava sempre più violento, mentre le onde schiaffeggiavano la spiaggia, invadendo le loro gambe sudate. Si amavano follemente, eppure erano così piccoli al cospetto di una tale vastità. Ma c'era qualcosa che rendeva simili quegli esseri della terra e dell'acqua. In un impeto violento e squassante saggiarono la vita che si intreccia alla morte nell'amplesso supremo. La schiuma si rovesciò precipitosa su di loro. Ora giacevano esausti abbandonati l'uno nell'altra. “E se ora spuntasse un mostro marino e ci portasse via nelle profondità?!”, disse lui sorridendo. “Sei come il personaggio di quel film di Truffaut che vedemmo insieme...”. “Bertrand”, aggiunse lui. “Bertrand, esatto. In ogni tua affermazione sembra sempre ne vada della tua vita o della tua morte”. “E' vero! Ti amo, infatti”. Lei distolse lo sguardo da lui. Una lacrima le scorse sul viso. Ma forse era solo l'umidità della notte.
Lasciò trapelare dal suo sguardo un'espressione di desiderio che si era ripromesso di celare finché avesse potuto. Ma lei era troppo attenta per poterla ingannare. E gli era troppo vicina. Le loro lingue trovarono presto la strada per perdersi l'una nell'altra. Tutto il suo corpo era preda come d'una febbre, tanto che a intervalli quasi regolari -se mai una regolarità possa esistere in questi eventi- si staccava dalla sua bocca, la guardava negli occhi e le diceva “Sei proprio tu?”. Lei sorrideva, abbassando leggermente lo sguardo. Ma non troppo. Perché amava sentirsi padrona della situazione. Tuttavia, lo pregava a volte. Già, esattamente: lo pregava. Di sussurrarle la sua passione dietro l'orecchio destro. “Perché proprio il destro?”, chiedeva lui. “Perché tutte queste domande?”, replicava lei. Non restava mai altro che umidità dietro quell'orecchio destro, perché le parole, si sa, le porta via il vento.
Lui amava guardarla camminare restando un poco indietro, ma poiché sapeva quanto lei si schermisse, inventava sempre qualche scusa per mandarla a chiedere un'informazione ad un'edicola, o a comprare un pacchetto di sigarette, rimanendo così distante ad ammirarle le gambe e il sedere. Non sapremo mai se la donna sapesse già tutto questo e, come spesso avviene, lasciasse all'uomo solo l'illusione della vittoria.
Mentre sedevano sul divano, lei sdraiata su un fianco, lui appoggiato sul bordo, le chiese, slacciandosi la camicia “Ti spiace?”. Non rispose neppure, mentre lui si sfilava la camicia bianca. “Ho sempre trovato molto eccitante guardarti a torso nudo, mentre il limite della cintura segna il confine di un regno nascosto”. E con le dita intanto circuì quel limite, sfregandole sul jeans sdrucito. “E' vero, sai? -disse lui. E' come sentirsi disarmato di fronte a te, quasi alla tua mercè (mentre quel limite ancora mi preserva), ed è una sensazione stupenda, questa. Alla mercè di un avversario che non ti farà mai del male”. Lei lo guardò con immensa tenerezza, e prese a baciarlo nuovamente e con veemenza, aggrappandosi quasi al suo corpo. La sua saliva gli riempiva il viso, mentre lui con le mani cercava la cerniera della cinta, sfilandola.
Quando il seno nudo si stagliò davanti ai suoi occhi, disse “Sei proprio tu?”. E presero a ridere fragorosamente. La sua bocca svariava sul corpo di lei, neppure un centimetro lasciò inesplorato. Le gambe, dapprima restie nel gioco dell'amore, si concedevano poi voluttuosamente. E la sua lingua lambiva lo spazio inguinale, dove il calore è più intenso e un sudore appassionato schiude le porte di un paradiso tutto terreno. Lei tremava di eccitazione, mentre il padrone adesso sembrava essere lui. I loro cuori battevano all'unisono. Tuc tuc tuc. “Io ti mangerò l'anima, lo sai. E per riaverla dovrai venire a cercarla dentro di me”. “Nessuna distanza sarà tanto ampia da non poterla colmare. Ma tienila pure, quell'anima. Saprai farne un uso migliore del mio”.
Guardami. Adesso.