lunedì, 06 aprile 2009

Esistono per ogni uomo luoghi predestinati alla felicità, paesaggi in cui egli può aprirsi e conoscere, aldilà del semplice piacere di vivere, una gioia simile a un rapimento, una di quelle gioie di cui parla Flaubert: "Ho avvertito talvolta uno stato d'animo che trascende la vita, per cui la gloria sarebbe nulla, e la felicità stessa inutile"

(Jean Grenier, 1939)

Paris b/nTale è, per me, Parigi.

albatros900
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temi : ricordi, vita, emozioni

venerdì, 09 maggio 2008

Pensieri.

...L'ira non dà lira...

Così scrivevo in un quadernino di pensieri delle elementari. Come dire: l'ira non paga. Non ho cambiato ancora idea, da allora.

albatros900
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temi : ricordi, vita

martedì, 27 novembre 2007

plitvice (hrvaska, 2003)

(Parco dei laghi di Plitvicka Jezera, Croazia.

Agosto 2003. On the road)

albatros900
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temi : ricordi

giovedì, 28 giugno 2007

Amici felini.

Per molti anni ho convissuto con i gatti; poi per vari motivi ho dovuto fare a meno della loro domestica compagnia. Ma non ho mai smesso di amarli follemente!

(Per chi dovesse chiedersi come può un albatro amare un felino, seguirà post esplicativo in cui verrà narrata anche questa storia!)

“Il mondo degli animali è fatto di silenzi e balzi. Mi piace vederli distesi a riposare, nel momento in cui riprendono contatto con la Natura, ricevendo in cambio del loro abbandono una linfa che li nutre. Il loro riposo è accurato come il nostro lavoro. Il loro sonno è fiducioso come il nostro primo amore. Sono loro a rinnovare con la massima serietà l’alleanza di Anteo con la Terra. […] Prendendo parte alla battaglia che il mondo dà eternamente a se stesso, il gatto Mouloud non scopre l’illusione che lo fa agire. Gioca e non pensa a guardarsi giocare. Sono io che lo guardo. […] Il loro occhio segue nelle sue proporzioni l’altezza del sole sopra l’orizzonte, sono sulla terra l’immagine vivente del sole. Le loro pupille si dilatano al far della luna piena e si restringono al suo declino. […] Quando nell’infanzia s’è vissuto con animali, è un gran piacere godere di nuovo della loro compagnia”.

Jean Grenier, 2003

chat noir

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martedì, 19 giugno 2007

In calesse.
Sulle prime sembrava più burbero di mia nonna, eppure mio nonno aveva un cuore d’oro. Ricordo quando partivo, dopo aver trascorso parte dell’estate nella loro casa, apriva la mia manina e ci metteva dentro un po’ di soldini. “Con questi ci compri quello che vuoi!”. Solo più tardi, da grande, potei scoprire quanti sacrifici aveva fatto nella sua vita per aiutare i suoi cari, e anche per quegli spiccioli finiti nelle mie mani di bambino. Veniva dalla campagna, aveva fatto mille lavori, nella sua lunga vita. Dopo la pensione, essendo stato sempre un tipo “operoso”, continuò a lavorare. Il pomeriggio andava in un bar del centro del paese, e serviva ai tavoli i vecchietti (i suoi colleghi!) che giocavano in lunghe interminabili partite a carte. Talvolta nei miei giri in bicicletta, mi fermavo a quel bar e lui mi portava dietro il bancone e mi faceva scegliere il succo di frutta più buono che volevo. Che emozione stare dall’altra parte di quel bancone. Quanto sembrano grandi le cose, da piccoli. Nessun nettare d’ambrosia avrebbe avuto un sapore altrettanto speciale come quel succo di frutta di mio nonno! La sua storia aveva attraversato la guerra, anzi le guerre. Era una storia di povertà e dignità, di fatica e di costruzione. Diverse volte lui e la sua famiglia erano sopravvissuti alle razzìe di cibo e libertà dei soldati tedeschi. La sua storia sapeva di raffiche di mitra, di convogli diretti all’inferno (allora abitavano vicino a uno snodo ferroviario importante del Centro-Italia), di bombardamenti, di carne mangiata due volte l’anno, di lavori più disparati per portare a casa i soldi per la sopravvivenza. E non far mancare nulla alla sua famiglia. E poi c’era l’amore. Si sposarono presto, come usava, i miei nonni. Mia nonna era una splendida ragazza, con due occhi celesti da far girare la testa anche a guardarla in foto. E quel cappellino, che portava spesso, a ripararsi dal sole e per ormai estinto pudore. In età avanzata, ebbe una malattia brutta, ma si riprese in fretta. E continuò, poi, a “sfrecciare” con la sua Fiat Cinquecento. Aveva un debole per i motori. La sua era una tempra d’acciaio, conservata in un cuore tenero come uno stelo d’erba. Mia madre mi racconta che quando era piccola, andavano tutti in gita col calesse. Così voglio immaginarlo ora: su una strada di campagna, canticchiando una vecchia canzone. Come faceva sempre uscendo di casa, per andare a lavorare.
in campagnaA mio nonno D. classe 1904.
18.6.1996
albatros900
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temi : ricordi, vita, emozioni

mercoledì, 21 febbraio 2007

"Buonanotte, buonanotte amore mio,
buonanotte tra il telefono e il cielo.
Ti ringrazio per avermi stupito,
per avermi giurato che è vero.
Il granturco nei campi è maturo
ed ho tanto bisogno di te,
la coperta è gelata, l'estate è finita.
Buonanotte questa notte è per te.
Buonanotte, buonanotte fiorellino,
buonanotte fra le stelle e la stanza,
per sognarti, devo averti vicino,
e vicino non è ancora abbastanza.
Ora un raggio di sole si è fermato
proprio sopra il mio biglietto scaduto.
Tra i tuoi fiocchi di neve, le tue foglie di tè.
Buonanotte, questa notte è per te.
Buonanotte, buonanotte monetina,
buonanotte tra il mare e la pioggia,
la tristezza passerà domattina
e l'anello resterà sulla spiaggia,
gli uccellini nel vento non si fanno mai male,
hanno ali più grandi di me
e dall'alba al tramonto sono soli nel sole.
Buonanotte questa notte è per te".

Alla memoria di mia nonna. 21.2.1992.

Ciò che siamo, è ciò che siamo stati.

Hans.

albatros900
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giovedì, 07 dicembre 2006

Matilda Mother.
Premessa. Qualche giorno fa, leggendo uno dei blog segnalati nel mio (caracolita), mi sono imbattuto in un post (un bellissimo post, aggiungo) che parlava di ricordi giovanili evocati da una musicassetta dispersa. Ciò di cui sto per parlare, sembrerebbe in effetti ispirato a questa lettura; quindi vorrei solo precisare, per rispetto verso quel post, che l’idea di questo mio capitoletto di vita, è precedente quella lettura, quindi del tutto indipendente da essa. Semplicemente lo rimuginavo da un po’ in testa, e solo ora lo scrivo.
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Parigi, primi anni Novanta. In gita con la mia classe, la penultima sera di permanenza nella città delle Luci, decisi di restarmene in camera d’albergo. Ero giù di corda, se non ricordo male, e avevo preferito isolarmi dal mondo, piuttosto che andare a folleggiare con i miei compagni. Ma non ero solo! Con me c’erano una bottiglietta di gin (non ricordo neppure dove me la fossi procurata) e una musicassetta con una raccolta di canzoni dei Pink Floyd, quelle degli albori, quelle più psichedeliche che avessero fatto. All’epoca, ma anche ora a dire il vero, amavo tantissimo creare compilation di canzoni, scegliendo accuratamente i brani e soprattutto la scaletta. Fondamentale per la buona riuscita della selezione! Nei giorni passati, da buon rockettaro, ero naturalmente andato a “rendere omaggio” a Jim Morrison al Cemetière Père Lachaise. Questo non aveva mancato di amplificare quel desiderio di contatto con un certo tipo di realtà e di musica che mi è sempre stata familiare, fin dalla culla! Ed eccomi allora nella mia cameretta d’hotel, vicino a Place de la Bastille, pronto ad assaltare la mia personale prigione di malinconia, sostenuto da Bacco e Musica, un diabolico novello 14 luglio! E’ strano, sono passati ormai tanti anni, eppure ricordo ancora nitidamente le sensazioni oniriche e “psichedeliche” che quel viaggio musicale e mentale mi diede. Non era semplicemente essere brilli, ma esserlo con la musica sparata nelle orecchie, da solo, al buio. Quella musica. Ogni volta che riascolto quella vecchia cassetta, si affastellano nella mente mille pensieri e suggestioni. Non ho mai smesso di cercare sensazioni forti, che spesso trovo in cose apparentemente banali o “quotidiane”; non ho mai smesso di cercare vibrazioni sensoriali, di andare al fondo di un’emozione, di carpirne l’essenza. Ora che rivado con il ricordo a quell’episodio liceale, penso che questo sia un pericoloso rifugio verso il quale mi dirigo ogni volta che sento troppo ampio il divario tra il tendere alla pienezza di vita, cui aspiro, e soffrire la claustrofobia del reale. Non accontentarsi mai, precipitare da somme vette piuttosto che svolazzare a mezza quota. Qualcuno ha stampato questo marchio nella mia anima, ma chi dice che sia giusto così? Chi dice che sia meglio così?
 
“And then one day: hurray!
another way for the gnomes to say: hurray!
Look at the sky, look at the river
isn't it good
winding finding places to go”
(Pink Floyd, 1967)
albatros900
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sabato, 11 novembre 2006

In my darkness.
Seduto sulla riva della mia oscurità,
ho visto passare in malinconico corteo
le immagini della mia vita.
Scorrevano placide
sulla corrente del fiume della Ricordanza,
e sembravano salutarmi da un tempo
lontano ma profondamente e unicamente mio.
Ho visto passare il sonno nel letto grande della mia infanzia,
il dolce che mangiavo nascosto nell’armadio,
protetto da occhi indiscreti,
vegliando sul mio piccolo segreto goloso!
Ho visto le partite a carte sul terrazzo di mia nonna,
mentre l’estate sembrava gridare,
nell’ultima ora del meriggio, che sì,
la felicità era lì, proprio lì
e tutta per noi due.
Ho sentito il suono delle chitarre elettriche del mio primo concerto da adolescente:
i Pink Floyd, stadio Flaminio.
Mi ha accarezzato il soffio del vento toscano
sulle valli desolate dei calanchi.
Ho visto il bacio sulla spiaggia.
Il cielo riflesso sulla corrente del fiume,
e il fiore chinato a sfiorarla
quasi Narciso.
Ho visto la luna e l’amicizia.
Le lacrime d’amore hanno rigato il mio viso, ma erano dolci adesso
(e forse lo erano anche allora).
Ho visto la notte, la tenebra, il cupo dispiegarsi di una solitaria fuga
verso un mondo diverso.
Ho ascoltato il canto dei grilli, i passi dei monaci, il silenzio del vagabondo,
il sorriso strappato alle ferite del clochard.
Poi l’acqua si e’ increspata ed ecco comparire tutti i volti.
I volti della mia vita. I volti amati, i volti cercati, i volti perduti, i volti offesi,
i volti scuri, i volti chiari,
i volti mai visti.
Le lacrime, le grida, la gioia, i silenzi.
Volteggiando nel riflesso i voli del gabbiano,
e le sue ripetute cadute.
L’eco di tracce lontane eppure vicinissime.
Oh, quanto era bello quando non c’era dolore,
non c’era paura,
si camminava attraverso i verdi campi,
e il tramonto abbagliava i miei occhi.
Un’immagine ispirata mentre ascoltavo di notte una canzone ‘gotica’, “Forever” degli Stratovarius. E volavo. Follemente. Meravigliosamente. Solitariamente. Io ero totalmente…mio!
albatros900
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giovedì, 26 ottobre 2006

Anni Dieci.
"Ne abbiamo attraversate di tempeste!
E quante prove, antiche e dure"
(Franco Battiato)
Vieni con me, nel mio sogno senza tempo. Vieni con me in un luogo che non conosci ancora, che insieme esploreremo. I raggi del sole ci sorprenderanno sul prato, mentre consumiamo la colazione, al modo del tempo che fu! Poi, all’ombra delle querce, dormiremo fin che la canicola avrà perduto il suo vigore. Allora, il calesse ci porterà a spasso per le strade silenziose di campagna e i nostri sensi si riempiranno di natura e di emozioni. Nulla turberà il nostro incanto. Tienimi ancora la mano, perché non abbia di nuovo a sorprenderci il dubbio, la divisione, la fine. Quando ormai le tenebre avvolgeranno ogni cosa, resterà a risplendere il nostro sogno soltanto. E i grilli intoneranno il canto di una realtà che finalmente ci corrisponde…
Buongiorno! Sono le sette. Il servizio di sveglia telefonica le augura una buona giornata.
 1910
"C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...
ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton!
Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...
Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!
Come stai? Le chiesi a un tratto.
"Bene, grazie, disse, e tu?".
"Non c'e' male" e poi distratto:
"guarda che acqua viene giù!".
"Che m'importa se mi bagno?"
Tanto a casa debbo andare
"Ho l'ombrello, t'accompagno"
"Grazie, non ti disturbar..."
Passa a tempo una vettura
io la chiamo, le fa: "no"
dico: "Oh! Via, senza paura.
Su montiamo", e lei montò.
Così pian piano io le presi le man
mentre il pensiero vagava lontano...
Quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!
Ma il ricordo del passato
fu per lei il più gran dolore,
perché al mondo aveva dato
la bellezza ed il candor...
così quando al suo portone
un sorriso mi abbozzò
nei begli occhi di passione
una lagrima spuntò...
Io non l'ho più riveduta
se e' felice chi lo sa!
Ma se ricca, o se perduta,
ella ognor rimpiangerà:
Quando una sera in un sogno lontano
nella vettura io le presi la mano
quando salvare ella ancor si poteva!...
...Come pioveva ...così piangeva!"
(Armando Gill, 1918)
Alla memoria di mio nonno F. (16.XII.1890 - 26.X.1963), che non conobbi mai.
albatros900
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martedì, 20 giugno 2006

Tracce di un pellegrinaggio. Parte prima.
"Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente... In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». D'allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l'andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: «Ella non parea figliuola d'uomo mortale, ma di deo». E avvegna che la sua imagine, la quale continuatamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire.
incontro
Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima. E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m'apparve una maravigliosa visione. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io aveva nel mio sonno veduto".
Vorrei a volte tornare ai momenti primigeni di incontri con persone che mi hanno, più di altre, segnato nella vita. Le donne amate, l'amico...Rivedere l'impressione che mi fecero al principio, prima che scoccasse la scintilla dell'amore o dell'amicizia. Ripensare alle sensazioni iniziali che mi diedero, quello che pensai tornando a casa dopo quel primo incontro. Il loro volto, il mio volto. Probabilmente per molti di loro, il giudizio si è andato modificando con il tempo, magari inizialmente non era neanche tale da far prevedere che potesse "nascere" qualcosa...
La vita, invece, mi sorprese lungo il cammino, e mi fece dono di tanti incontri rimasti nel tempo. Ma quello che non può rimanere è quell'impressione. Quella è andata per sempre, e la custodisce solo un angolo segreto e insondabile della mente. Del rigoglioso albero della vita trattengo in me quel che le circostanze, la cura, la dedizione, la pazienza (mia e altrui) hanno reso "frutti"; il resto sono foglie, volate via al soffio del tempo...
Hans
(I testi riprodotti all'inizio sono tratti da La vita nuova di Dante Alighieri)
albatros900
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